lunedì 22 febbraio 2010

Lèggere (ma non leggère) in febbraio - pt.1

Sono tre volte che provo a scrivere il resoconto delle letture del secondo mese del nuovo anno.
La prima ho fallito perché, a quanto pare, ho bisogno del libro da commentare qui, accanto a me, per ripescare tutti gli spunti avuti nel corso della lettura, per riacchiappare tutti i fili dei discorsi (sì, sarebbero "le fila"; ma ho pensato a me come novella Kurosaki Ichigo, che tra i mille bianchi fili delle anime riesce a trovare quello che gli serve; fili e righe tutto sommato hanno qualcosa in comune. Mi si perdoni il paragone molto pop). La seconda, perché queste sono cose che vanno fatte con calma, e tempo non ne ho mai. Almeno quello che serve a me. Ovvero una grossa, GROSSA quantità di tempo.

Torniamo su questo mondo, in particolare sulle circa 200 intense pagine di "Fenomenologia del Potere", alla fine delle quali mi sono potuta ritenere soddisfatta perché:
1) sono sempre più allenata a leggere e capire saggi. Un saggio di sociologia, dal nome così altisonante poi, non è proprio una lettura da ombrellone. Invece mi sono divertita e quasi per nulla annoiata.
2) è un ottimo saggio su cui ripensare. Ogni volta. Quasi sempre. Per cui, torna sempre a galla. E fa riflettere su qualsiasi stupidaggine ci troviamo a vivere.

Piccolo edit: quanto mi faccio schifo nelle introduzioni. Necessita di quel nonsoché di punta creativa che mi si allontana manco fossi un magnete al contrario. Questo è il motivo per il quale da liceale mi autonauseavo di sole analisi del testo nei compiti in classe.

More about Fenomenologia del potere Benché tutto sommato non dica "niente di nuovo", l'analisi è interessante. I primi quattro saggi si propongono di illustrare le principali forme di potere individuate dall'autore: il potere d'azione (violenza), il potere strumentale (minacce e promesse), il potere d'autorità, quello dell'agire tecnico.
Seguono poi un altro paio di trattazioni riguardanti la stabilizzazione del potere, la sua formazione e la sua istituzionalizzazione.
Tutti i saggi avrebbero bisogno di essere discussi, non tanto per presentare antitesi o obiezioni, quanto perché si tratta di temi costantemente attuali, ottimo terreno su cui costruire chiacchierate anche al di fuori della carta. Particolarmente affascinanti ai miei occhi, però, sono risultate la prima e la terza delle forme di potere analizzate, ovvero il potere di offendere e l'autorità.
Per quanto riguarda il primo, è interessante parlare di come il potere di offesa sia correlato all'eliminazione dei limiti, in particolare ai limiti dati dall'inibizione (ma è vero anche il contrario: l'agire offensivo non ha limiti nel senso che non può essere "delimitato" a particolari cause e quindi non si sa di cosa possa essere reazione; l'agire violento può essere del tutto arbitrario). Tuttavia un limite dell'agire violento può essere ritrovato nel potere di uccidere, in quanto atto violento completo. Non si può andare oltre, è la massima compiutezza del potere violento. Questo limite "del" potere (un limite fisico ed intrinseco) può trasformarsi in, o per meglio dire, altro non è che un limite "al" potere. Innanzitutto perché ogni uomo è suscettibile di essere oggetto di potere d'annientamento, anche il suo detentore, afferma Popitz. E poi perché, c'è poco da fare, il detentore del potere di uccidere non può andare oltre all'uccidere; e qui entrano in gioco figure come i martiri, che superano quel limite oltre al quale il detentore non può arrivare: il martire mette a nudo l'incompiutezza di questa azione estrema, in quanto, nella sua accettazione della morte, espropria la decisione dell'uccisione al detentore del potere.
È una serie di passaggi molto raffinata.
Un'altro punto interessante nell'analisi del potere violento, ancora correlato all'eliminazione dei limiti (in realtà, tutto il discorso sull'eliminazione dei limiti sarebbe assolutamente degno di menzione), è come quest'eliminazione porti, attraverso la mediazione della facoltà dell'immaginazione, alle conseguenze dell'esaltazione e dell'indifferenza. Mi soffermo su quest'ultima, e sulla principale riflessione ad esso associata, in qualche modo incatenata anche al potere di creare dati di fatto. La capacità immaginativa umana non è solo in grado di creare nemici, ma è anche la facoltà di estraniarsi e rendere più facili azioni tenute normalmente sotto controllo da freni inibitori. Quindi poche cose più dell'indifferenza sono utili per l'agire violento. Con il progresso tecnico delle armi, lo sforzo immaginativo di estraniamento risulta sempre meno gravoso: adesso, afferma Popitz, "il nemico è un nulla [...] il nesso tra l'azione e le sue conseguenze diventa meno visibile e riconoscibile". E così basta premere un bottone per causare distruzione, e così uccidere è un gesto automatico, e così provocare il male è più facile del bere un bicchier d'acqua. Non c'è quasi nemmeno più bisogno della capacità di essere senza scrupoli. A seguito di queste affermazioni, c'è tutto un bel discorso sulla reciprocità e sull'impedimento del progresso tecnico nel campo degli armamenti.

"Tutto quanto detto si basa sulla supposizione che possa esser compresa sempre meglio la comunanza degli interessi vitali, che si possa cioè riconoscere che ormai la sicurezza può essere raggiunta solo come sicurezza nella reciprocità; che impedire innovazioni nel campo della tecnica delle armi dovrebbe essere un fine comune; che tutti gli interessati dovrebbero rinunciare a conferire al conflitto atomico una consacrazione superiore. Se si può pensare di raggiungere tutto ciò, anche la speranza che possa realizzarsi un ulteriore presupposto, forse quello decisivo, per la formazione dela fiducia non è vana: la speranza che potremmo imparare a tener presente il pericolo corso dalle vite umane al di qua e al di là dei confini come un tutto unico. Lo sterminio fulmineo con la violenza atomica, chiunque colpisca, è una catastrofe universale. Porta nel mondo un nuovo modo di uccidere e di essere uccisi che fa cadere tutti in una nuova situazione di pericolo. La convinzione emotiva che sia così forse aiuta a superare i limiti della nostra capacità di sbigottimento. Ciò che si augura non è l'uomo buono, ma una nuova forza della nostra capacità di immaginazione."

Bello (soprattutto nell'ultima frase) non tanto per i contenuti, quanto per gli ulteriori spunti di riflessione. Per carità, con tutto il cuore io me lo auspico, ma vedo difficilissimo un progresso tecnologico civile svincolato da quello militare, perlomeno nella società in cui mi ritrovo a vivere. Mi torna in mente il mio stimato prof. Marras e il Galileo di Brecht che amava tanto citare:

"Se gli uomini di scienza non reagiscono all' intimidazione dei potenti egoisti e si limitano ad accumulare sapere per sapere, la scienza può rimanere fiaccata per sempre, ed ogni nuova macchina non sarà fonte che di nuovi triboli per l' uomo.
E quando, coll' andar del tempo, avrete scoperto tutto lo scopribile, il vostro progresso non sarà che un progressivo allontanamento dall' umanità.
Tra voi e l' umanità può scavarsi un abisso così grande, che ad ogni vostro eureka rischierebbe di rispondere un grido di dolore universale [...] Così stando le cose, il massimo in cui si può sperare è una progenie di gnomi inventivi, pronti a farsi assoldare per qualsiasi scopo."

Bello per gli spunti politici, bello come punto di partenza, bello perché tanto altro potrebbe essere citato, bello perché chissà se davvero c'è un modo di risolvere il problema. Bello perché il discorso può tornare sull'argomento della coercizione, sulla fondazione dell'ordine, di un nuovo ordine, insomma, bello perché chissà di quanto altro si può parlare partendo da qui.

La trattazione dell'autorità è assolutamente da leggere, sia perché mi risulta difficile ricostruire la rete di tutto il discorso delle soggettività sociali e dei vincoli di autorità, sia perché è nella sua interezza che è degno di nota. Non voglio dilungarmi (verrebbe un discorso elefantiaco), solo accenno a quanto l'autorità, in quanto forza "influente", non necessariamente coercitiva, sia legata al riconoscimento sociale, in tutti i sensi: necessità del riconoscimento, dell'approvazione di azioni, comportamenti ecc. di chi subisce il potere da parte dell'autorità, ma anche necessità di riconoscimento (legittimazione della propria autorità) del detentore dell'autorità. Questo duplice rapporto è sempre presente in ogni forma di potere, ma a mio avviso è in questa che si fa più sottile ed essenziale. L'autorità "ha un'aura" invisibile, delicata da tenere in piedi.

Vorrei spendere qualche parola in più anche sulla minaccia, ma sarebbe un po' fine a se stesso. Come ho avuto già modo di spiegare, questo è un libro di interazione, di cui parlare, da utilizzare come fondamenta per analisi in cui però sarebbe utile l'intervento dell'altro per formulare discorsi compiuti.
Ringrazio chi me l'ha consigliato anche se ho avuto già modo di farlo, e a mia volta lo consiglio.




mercoledì 3 febbraio 2010

Disorganizescion

Aiuto! C'è grossa crisi. Scoppio. Sì, è bello avere molteplici interessi, è bello leggere tanto, è bello imparare ma non so come assecondare il mio impeto divoratore di cellulosa perché non so dove girarmi. La biblioteca è sempre più paese dei balocchi. Ho le pupille che trasudano riflessi di titoli e mi si strozzano in gola tutti i discorsi e le domande e gli spunti che mi nascono dalle ultime letture (perché la cultura se non la condividi ma che cultura è? Ma cosa c'è di più bello del parlare di ciò che si legge?). E poi voglio conoscere un musulmano, e poi le cose le voglio anche sentite oltre che lette.
Non riesco più a ricapitolare i titoli che ho annotato mentalmente e quelli che vedo scritti, mò ci provo.

Grazie al Natale adesso possiedo un bellissimo volume con la tetralogia del Mare della Fertilità di Mishima, e poi altri racconti suoi sempre contenuti nel tomo. Di Mishima c'è anche Colori Proibiti da leggere.
E poi c'è tutto il mio nipposcaffale di casa e il nipposcaffale della bib da esaurire tutto o quasi, con le poche dovute eccezioni. Sono arrivati dei doni, c'è Musashi (ho sentito dire che la traduzione è pessima, ho provato a cercarlo in inglese ma non c'è stato verso, intanto lo leggo in italiano) e poi tanta roba di Murakami che ancora non ho nemmeno assaggiato. Ho da finire la Storia del Giappone, ho dei titoli da richiedere sulla storia contemporanea giappica, ne sono arrivati dei nuovi in bib... nel giapposcaffale poi c'è un libro di un autore coreano che poi mi solleticava, "Il Signor Han" si chiama. E poi c'è quello di arte in aula Bakunin (alias tugurio), tutta quella serie di arte e architettura è figa, piena di immagini, quella sull'Indocina poi era interessante.
E di giappico prima o poi arriveranno i libri sul suicidio e un altro di arte che ho messo nei desiderata. Gli altri sono arrivati.
Infatti devo leggere Postpunk, ma dove lo ficco quello? Decontestualizzato da tutto il resto, però da qualche lato lo dovrò pur mettere (non si accettano suggerimenti sconci).
Della Yoshimoto me ne frego, non ho tempo da perdere in pinzillacchere infantili.
L'aula degli studi sociali pullula di titoli da approfondire, devo vedere se vale la pena leggerli. Quell'"Antropologia delle Religioni" sembra allettante, devo vedere se è un polpettone o no. Poi c'è quel "Potere della Lagna" che ci può stare per spezzare letture pesanti. Quello sulla massoneria della Bur è interessante ma assolutamente non mi sento pronta per una cosa del genere, rimanderò tra qualche anno, e poi devo assecondare la passione per altre cose sennò poi mi passa e mi stufo e non mi fa più lo stesso effetto. Quelle cose sulla religione e sugli sciamanesimi, tutti quei titoli antropologici, li devo spulciare, devo vedere se c'è qualcosa di carino. In lista intanto metto "Homo Videns" di Sartori che avevo messo nei desiderata eoni fa e nemmeno sapevo chi era Sartori, però il libro sembra interessante, e poi le pagine sono poche, s'ha da fare.
E poi...c'è tutta quella roba sull'Islam e sul mondo arabo. C'è il libro sul sufismo che si deve leggere in fretta, prima che mi passa la voglia, perché sicuramente non sarà una passeggiata; c'è quello sui 99 nomi di Dio (facile, mi bastano due giornate per quello lì e lo sbologno subito) e un altro sull'Islam contemporaneo. E quello per cui smanio di più è "Storia dei Popoli Arabi" di quell'islamista lì, Courbet mi pare sia, che non me ne voglia ma non ricordo il nome.
Milianta cose, millemila,
e poi ci sono i libri che mi hanno prestato e altri che ho comprato e altri regalati, c'è Chomsky che voglio leggere da una vita, prima non ero pronta ma ora sì, e c'è Gallino col Lavoro che non è una merce, e Deus Irae di Dick, e quei Fanucci fantascientifici che ho comprato al mercato a tre euro (ancora ci godo), la biografia di Dick e i racconti (ah, in bib c'è "L'Androide Abramo Lincoln", l'unico che è lì e non hai, ricordatelo, e ricordati tutti gi Urania e i Solaria che stanno un po' sparsi per gli scaffali là in giro. Ah, e "Breve Storia della Chimica").
C'è quel libro bellissimo, "I bottoni di Napoleone", sulle molecole che hanno rivoluzionato il mondo, e quello sui veleni.
A casa non c'è più niente mi sa e in bib nemmeno. Oddio, in bib ce ne sono anche tanti ancora, tipo "Punk capitalismo", e poi almeno due in lingua, "Slaughter nr five" di Vonnegut e un altro di Mishima in inglese. Però, a parte quelli in lingua, li metto in "quelli dell'aula studi sociali". Finita lì.
Ma altri novemilaquindicilianta sono i titoli in commercio.
Tralasciando "Chimica dei composti eterociclici farmacologicamente attivi", c'è quella collana Bur, oggidomani, o ierioggi, o passatofuturo, o quellocheè, la stessa di "Razza Padana" per intenderci, che ha tanti bei titoli interessanti, fra cui spicca "Orda Nera", una veduta d'insieme sulla nuova deriva dei movimenti nazifascisti (a tal proposito c'è anche "Fascisterie" in bib, aula studi sociali). A parte anche "Il Cucchiaio Verde", devo tassativamente procurarmi lecitamente o illecitamente qualcosa sullo sciismo, se si trova qualcosa sull'ismailismo, e poi quel romanzo là su Alamut (non so se vale la pena, io lo metto in lista lo stesso) e qualcosa che non sia troppo Giacobbo style sugli Hashashin. Non so, qualche saggio, qualche studio, qualcosa. Ci sarà qualcosa, no?
Poi qua non lo so, la gente su Anobii ti rimbambisce ancora di più, sembra che si diverta ad avere libri che tu invece non hai e tu dici "cazzo, che libreria, ma io voglio tutto", ma non puoi e ti limiti ad osservarla, ma non ce la farai mai ad osservarle tutte. Appunti i libri ma non ce la farai mai ad appuntarli tutti. E ma quando è troppo è troppo... ma non è mai troppo! Porca miseria.
Ho fatto il file di libri sul Giappone, qualcuno potrò depennarlo (arrivato in bib) altri...bè vedremo. L'impeto stanca.
I Mongoli, cavolo, i Mongoli, li stavo dimenticando. "Breve storia dei Mongoli" e "La storia segreta".
Devo leggere il saggio per gli iniziati sull'Islam lì sul sito dell'Associazione Musulmani Italiani.

Ho del lavoro arretrato da sbrigare. Mi sa che vado a leggere.

giovedì 28 gennaio 2010

Bausani e il suo invito all'Islam

Dopo vari intermezzi da N.P., e un mancato commento a caldo di "Confessioni di una Maschera", (non inaspettatamente) capolavoro di Mishima, il mio cervellino ha iniziato a ribollire di nuovi fermenti e curiosità e domande. Tutto è partito da futili attività quali il videogiocare, ma poi, si sa, da cosa nasce cosa, e fortunatamente la biblioteca comunale è ottimo fertilizzante per la mia curiosità. Bei titoli, ben fornita; in particolare per il discorso Islam, almeno partendo dalle basi, i titoli, pur non superando la decina, sono di quelli che val la pena leggere.
More about L'IslamFra questi vi è "L'Islam" di Bausani (islamista, ordinario di lingua e letteratura persiana all'università di Napoli, traduttore del Corano e autore e traduttore di diverse altre opere) non eccessivamente particolareggiato, ma completo ed esaustivo per una neofita del tema come me, e maneggevole e di lettura piacevole.
Si tratta di uno dei saggi che in assoluto quindi ho impiegato di meno a leggere, nonostante le mie lacune. Il libro si articola in quattro principali "capitoli": nel primo sono esposti i fondamenti dell'Islam ortodosso, fissando come punto di riferimento l'opera di sistematizzazione messa a punto da Al Ghazali, introducendo al contempo, laddove siano offerte le occasioni, concetti appartenenti a influssi e dottrine più o meno eterodossi. Dopo un'affascinante introduzione al sufismo, poi, ampio spazio è dedicato alle comunità non sunnite, in particolarità alla si'a; spazio a mio avviso meritatissimo in quanto la scuola sciita, in particolare la corrente ismailita, è ciò che dell'Islam più del resto solletica il mio interesse (non nego che poi gli Ismailiti, con la setta Nizarita, rappresenti un campo affascinante e suggestivo, una rete in cui sono inevitabilmente caduta anch'io e con molto piacere; tuttavia ho scoperto di nutrire predilezione per la dottrina sciita in toto, nonché per la mistica sufi -egualmente suggestiva-).
Successivamente l'Islam viene trattato nel suo sviluppo storico, ricostruendo per sommi capi la vita di Muhammed, l'interessantissimo rapporto dell'Islam con le religioni preislamiche e i loro riti, l'evoluzione della religione attraverso i suoi personaggi illustri. Infine, l'ultimo capitolo è dedicato all'Islam moderno, con i suoi sviluppi e le sue possibilità. Ciò che però merita a mio avviso menzione è l'ottima bibliografia, tutt'altro che uno sterile elenco di titoli e nomi, piuttosto un itinerario, un "cammino pedagogico" (così è definito dall'autore dell'appendice, Stefano Allevi) di estrema utilità per l'approfondimento, discorsivo e suddiviso in argomenti.

Insomma, il libro, nelle sue scarse 230 pagine, è ottimo: nonostante l'ampiezza e la difficoltà del tema trattato, l'autore riesce egregiamente a "compattarlo", fornendo le linee guida per l'approfondimento. Ho molto gradito la stesura partecipe, l'interesse nel condividere l'argomento con i lettori: stimolante.
Merita di essere riletto, merita anche di essere acquistato... unica pecca: la mancanza di un glossario almeno delle parole chiave dell'Islam (eddai, ce l'hanno persino i libri della Yoshimoto).
Nel complesso, voti altissimi. E fiducia in altre pubblicazioni dello stesso autore.
Intanto, provo ad affacciarmi un po' di più alla finestra che dà verso questo mondo tanto temuto e tanto ignorato da molti occidentali con la lettura del Corano (in biblioteca c'è l'edizione dell' Unione delle Comunità e delle Organizzazioni Islamiche in Italia, con tanto di note a margine, la cosa mi ha fatto piacere).

E poi, al contempo, sperando di farcela, l'interessantissima "Fenomenologia del Potere" di Popitz, ché sto fremendo di leggere ste 200 pagine.

giovedì 3 dicembre 2009

N.P.

More about N.P. Difficile dare un giudizio, sulla Yoshimoto, che mi appaia esaustivo. Leggere tre dei libri della sua produzione significa quasi leggerne uno solo di racconti, o almeno lascia lo stesso sapore.
N.P. è quello che, fra i tre che annovero fra le mie letture, davvero mi ha delusa maggiormente. Non che l'avessi così caricato d'aspettative. Ma almeno, mi aspettavo un romanzo.
Mi sono trovata invece davanti a qualche flash, in cui bozzetti di protagonisti si muovono veloci di scena in scena, scambiandosi chiacchiere vuote e soprattutto inutili, visto che ognuno pare conoscere esattamente cosa l'altro bozzetto di personaggio ha da dirgli.
La Yoshimoto ha uno stile che si sforza di essere immediato, forse giovanile, alcuni lo paragonano allo stile di un manga; forse ho ritmi troppo lenti e non riesco a starle dietro. Può darsi che il difetto sia mio in questo senso. Però rilevo una curiosa contraddizione. Il primo aggettivo che mi è venuto in mente per descrivere personaggi, scrittura e dialoghi è stato "naif". Tuttavia ho come l'impressione che nell'andare avanti voglia tornare indetro. Che nella sua semplicità, ingenuità, come la vogliamo chiamare, si nasconda qualcosa di tremendamente arretrato e pauroso. Come un pozzo attorno al quale sono cresciuti fiorellini. Difficile rendere più razionalmente la metafora e l'impressione, forse leggendo altri suoi libri potrò esserne in grado.
Ma quella allo stile non è l'unica critica che ho in serbo per N.P. Adesso, i contenuti.
C'è troppa carne al fuoco in questo libro, in particolar modo tenendo conto il fatto che non arriva nemmeno alle duecento pagine (e neanche tutte piene). In una trama dalle maglie deboli, i personaggi stilizzati si trovano di fronte a temi quali morte, sovrannaturale, sucidio, famiglia, incesti, empatia, anch'essi sviluppati con un tratto talmente leggero da essere invisibile, un abbozzo talmente sommario da essere però informe.
Il tema morte/suicidio forse è quello con i contorni più definiti, con qualche particolare un po' orrifico (sarò suscettibile, ma quello dell'osso mi ha fatto rabbrividire; mi ha fatto pensare a The Ring visto qualche giorno prima, stessa angoscia); viene trattato però con una pesantezza che non riesco a definire. Inesorabile, che non ha nulla di lirico. Vero, mi si può obiettare che probabilmente la morte non abbia davvero nulla di lirico, ma come resistere, come non dipingere anch'essa, soprattutto lei, di colori migliori? come non scegliere almeno quelli?

Intanto "Confessioni Di Una Maschera" è a metà e si lascia leggere che è una bellezza. Ah, Mishima. Inarrivabile (comincio ad essere seccante. Però era un genio).

P.S.
Ah, un peccato poi l'occasione sprecata per rendere più interessante la struttura narrativa. A quanto pare il centesimo racconto del libro "nel libro" (di quello in cui si parla nel romanzo insomma) non è altro che il romanzo stesso, cosa che si capisce poco e malissimo. Sarebbe stato un artificio interessante se sfruttato a dovere e meglio.

giovedì 26 novembre 2009

Poscritto di oggi

Dimenticavo. Il giorno successivo al mio post su "Colori Proibiti" sono corsa in libreria ad acquistarlo. Niente, era una calamita e non ho potuto (leggi: voluto) resistere. E ho fatto anche cosa buona e giusta, visto che lo sconto sui Feltrinelli non durava, come avevo erroneamente pubblicato, per tutto novembre, ma sarebbe finito proprio il giorno dopo il mio acquisto, che è stato a dir poco provvidenziale (certo, che fortuna). Adesso è sul mio scaffale, ma vorrei godermi ancora un po' l'attesa prima di iniziarlo.
More about Emily la strambaNel frattempo, come intermezzo, ho iniziato un libro a cui invece mia sorella non ha resistito, il romanzo di Emily the Strange ("Giorni Perduti" ih ih), che personalmente ho sempre trovato simpatica. Ho pianificato di leggere anche un altro libro per ragazzi, "Una scatola piena di nulla". Di fatto l'ho scelto io in biblioteca per mia sorella (molto disinteressatamente... inutile dire che titoli del genere su di me hanno sempre fatto molta presa). Ho anche preso in prestito "N.P." della Yoshimoto, che leggo sempre come intermezzo. Poi si passa a Mishima, ma ho deciso: prima "Confessioni di una Maschera". Poi si vedrà. Solo a scriverlo mi emoziono. Non avrei mai pensato di arrivare ad amare Mishima in questo modo.

Memoirs Of A Geisha, ovvero: è gradito il lieto fine

More about Memoirs of a Geisha UkDevo ammetterlo: all'inizio ero scettica. Tendo a scartare opere non saggistiche che hanno la pretesa di raccontare con veridicità un mondo che non appartiene all'autore, in quanto distante culturalmente e geograficamente da luoghi e usanze di un mondo diverso dal suo. Per un semplice motivo: è più facile sbagliare in quest'intento, che non riuscire.
Per quanto riguarda Golden, sono tornata sui miei passi, e molto presto: il suo romanzo non solo è scritto con la maestria di chi sa come rapire gli occhi di un lettore, facendo in modo che il libro lo segua ovunque egli vada. È anche un ottimo testo per apprendere con piacere e con fatica irrisoria molte informazioni sulla vita delle geisha, che tanto hanno colpito l'immaginario occidentale ma di cui davvero poco l'occidente conosce e ha voglia di sapere.
È vera una cosa, ammetto anche questo: alcuni elementi lo rendono terribilmente accomunabile ad un romanzo rosa. Però è anche vero che le peripezie sofferte dalla povera Chiyo, la grettezza del mondo in cui si trova calata, così povero di sentimento, ti impietosiscono tanto da prendere a cuore la protagonista. Temevo il finale amaro, invece sono rimasta piacevolmente stupita dal lieto fine. Ci stava, ci stava.

sabato 14 novembre 2009

Agli Ordini

Sporca rossa che crede ancora fermamente nella proprietà pubblica e nella cultura condivisa. Ecco cosa sono.
E in quanto tale sono compiaciuta e fremente di aver inserito nella lista dei desiderata della biblioteca comunale qualche titolo che ho avuto già il piacere di gradire e qualche altro che spero di gradire in seguito.
More about Razza padana In primis "Razza Padana" (Adalberto Signore e Alessandro Trocino, Bur), già letto e che voglio condividere, accattivante nel descrivere l'ascesa del fenomeno lega e la sua storia, intimamente legata a quella del suo leader e alle sue epiche uscite. Libro affatto di parte, piuttosto lucido anzi.
E poi, ancora, qualche titolo stanato all'interno del precedente, come "Dio Po" (Gian Antonio Stella, Baldini Castoldi Dalai), che però temo sia fuori catalogo.
More about Lineamenti di storia dell'arte giapponeseMore about La morte volontaria in Giappone Proseguendo verso Oriente, la mia speranza è riposta soprattutto nell'acquisto de "La Morte Volontaria in Giappone" (Maurice Pinguet, Luni Oriental Press), e "Lineamenti di Storia dell'Arte Giapponese" (Alida Alabiso, Bulzoni), piuttosto costosi da acquistare per conto mio; devo però sbrigarmi a colmare le mie lacune pregresse, qui la "Storia del Giappone" (Caroli e Gatti, Laterza) è stagnante all'anno 1185 almeno da gennaio scorso.
More about Medea More about Cassandra Passando poi a letture apparentemente slegate dai miei argomenti preferiti, ho inserito due libri della Wolf, "Medea" e "Cassandra" (E/O). "Apparentemente" perché non sono altro che due rivisitazioni di importanti donne dell'epica greca in chiave femminista, già consigliatemi tempo addietro da una mia ottima professoressa di italiano.