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martedì 2 ottobre 2012

Profezie d'Apocalisse



Strano, ma la rilettura dickiana va avanti, d'altronde ci sarà un motivo se Dick è il mio scrittore preferito. Assieme a qualche lettura di stacco, estiva e non. Non mi dilungo su di esse, non ho colto l'occasione di farlo a mente fresca ed è difficile adesso ripercorrere le pagine già sfogliate mesi fa.

Una pietra miliare della mia carriera di lettrice è stata eretta quando ad aprile ho terminato i tre libri della Fondazione di Asimov, sentendomene piuttosto soddisfatta. Non ho mai provato grande attrazione verso Asimov, nonostante i temi fantascientifici siano fra i miei favoriti. Non so perché, forse mi intimorisce la mole della sua prolifica produzione. Approfittando però di una lettura collettiva di Altrove ho iniziato dalla sua trilogia. 


Non sono proprio entusiasmata dall'opera, francamente. E' senza dubbio godibile e ben studiata, ma i tempi sono troppo lunghi, è impossibile affezionarsi ai personaggi (ma, nonostante tutto, a qualcuno mi sono legata pur sapendo che sarebbe stata una meteora). Le vicende si susseguono su un piano molto politico, il che, per i miei gusti, rende la lettura fredda come un frigorifero. La vicenda del Mulo è stata la più avvincente e ho notato con piacere qualche parallelismo di questo personaggio con il protagonista del dickiano Cronache del Dopobomba.



Le letture di questi ultimi due mesi si incentrano su un unico tema. Si tratta della Sfida Apocalittica: l'obiettivo è quello di leggere un minimo (personale) di 12 libri a contenuto apocalittico, in preparazione all'Armageddon del 12 dicembre 2012, entro questa data, scegliendo i titoli in una consistente rosa di libri proposti.
Ho iniziato in sordina con La Nube Purpurea, di Matthew Phipps Shiel
More about La nube purpurea 
romanzo del primo novecento che risente abbastanza del suo secolo di età, della demarcazione di un confine piuttosto netto fra bene e male con simbologie appartenenti a questa o all'altra sponda della ragione talvolta seccante e un finale da deus ex machina abbastanza insensato. Tuttavia è un libro che mi è piaciuto molto e penso mi rimarrà in mente per molto tempo. Lo scenario è descritto in maniera vivida, la narrazione è in prima persona e molto intimista, barocca, se vogliamo, così ricca di orpelli, ma una che come me ha adorato la follia piromane del protagonista del Padiglione d'Oro,per quanto si tratti di due libri completamente diversi, non può non aver apprezzato i deliri di solitudine e la sua manifestazione incendiaria del novello Adamo di Shiel. Scorrendo i commenti di altri lettori su Anobii, molti non si sono saputi spiegare il suo comportamento insensato, che però a me pare perfettamente logico, nella sua follia.Cosa ci si aspetta da un uomo rimasto solo al mondo, circondato solo dalla morte e per di più un uomo che si sente manovrato da forze sovrannaturali, immense ed incontrastabili, molto più potenti di lui? Nella parte iniziale il misticismo aleggia attorno ai poteri bianchi e neri di cui egli stesso parla e si crea un'atmosfera un po' di Lovecraftiana memoria, che purtroppo nel corso del romanzo si perde. 
In conclusione si tratta di un libro prolisso e a tratti anche noioso, con molte incongruenze, fissazioni bibliche e un finale arrabattato, ma ben caratterizzato. Nonostante i suoi punti deboli, mi è piaciuto e mi ha colpita. Ho persino sognato un'apocalisse moderna con questa nube purpurea aleggiante nell'aria a distanza di qualche mese dalla lettura.


 Anni senza fine // Oltre l'invisibile // Camminavano come noi

E' stata poi la volta di Clifford Simak, con una fantascienza più recente. Di questa raccolta mi interessava, ai fini del percorso apocalittico, solo il primo romanzo, Anni senza fine, con una costruzione di una società abbastanza originale dominata dai cani che hanno preso il posto dell'uomo nel "dominio" del pianeta, anche se non è proprio corretto descriverla in questo modo. Ciò che mi ha colpita è la sfiducia profonda dello scrittore nei confronti della razza umana, incapace di elevarsi al di sopra della propria avidità e violenza nonostante ciò che di buono possa nascondere nel suo animo. Come se la "cattiveria" umana fosse qualcosa di assolutamente naturale, una legge imprescindibile a cui rassegnarsi. Abbiamo fatto di tutto per affidare i nostri tesori migliori ai cani, consegnando loro il testimone, istruendoli su ciò che di logico abbiamo costruito per poter fondare una società accanto ai quali coesistono robot in grado di sopperire alle lacune tecniche e logiche di cui mancano i nostri successori, ma a quanto pare, a livello civile, percettivo ed emotivo, i cani se la caveranno molto meglio di noi.
Non condivido granché questo pessimismo così profondo, ma il romanzo è godibile ed originale. 
Per contro mi è piaciuto fino ad esaltarmi il secondo romanzo, Oltre l'invisibile. Non si tratta di un libro a tema apocalittico, il filone è anzi quello dei viaggi nel tempo, e sicuramente è pieno di tanti di quei paradossi che io non riesco nemmeno ad immaginare -anche perché, intendiamoci, personalmente non sono mai stata brava a scovare i paradossi temporali: per me va tutto bene finché qualcuno non mi fa notare incongruenze anche elefantiache- ma anche in questo caso è un romanzo incentrato sulle percezioni ed emozioni del protagonista, Asher Sutton, che si susseguono nella narrazione nella quale il personaggio cresce ed assume sempre più consapevolezza di se stesso. Asher non è un uomo, in realtà: è l'unico a tornare indietro da una spedizione su 61 Cygni, dopo che la sua navicella si è schiantata contro la stella, uccidendolo nell'impatto. I viaggi nel tempo rendono la narrazione poco lineare e per questo anche difficilmente imprimibile nella memoria; la missione di Sutton è quella di consegnare all'umanità un grande dono di cui fazioni avversarie vogliono impadronirsi. Quello che mi ha però più colpita è il delineamento del personaggio di Asher Sutton, il suo spessore morale; egli ha travalicato l'umanità grazie al suo viaggio ed è diventato uber, un oltreuomo, un eroe braccato dai nemici dei grandi valori dell'uguaglianza, della dignità e del rispetto di ogni forma di vita, anche quella di un robot. Il rivoluzionario libro di Sutton insegnerebbe all'umanità a mettere da parte il proprio cieco orgoglio che fa sì che si consideri padrona dell'universo, subordinando a se stessa androidi, alieni, ogni altro essere. E così Sutton è braccato, affinché la società non possa essere cambiata, immobile nella sua ottusa determinazione allo sfruttamento di ogni cosa, persino l'altrui vita. I revisionisti non accettano alcuna rivelazione e tentano in più modi di uccidere Sutton, non coscienti di chi Sutton è realmente diventato. I pensieri del protagonista sono tormentati circa la sua missione e il modo in cui sarebbe meglio muoversi per compierla, e il tortuoso snodarsi degli eventi rispecchia i suoi affanni interiori. Sutton è un personaggio di cui mi sono innamorata, uno di quelli che entra nel gran Pantheon dei personaggi libreschi che non ti scrollerai mai di dosso, quelli che vorresti facessero parte di te e diventino un po' te perché hanno avuto qualcosa da insegnarti. Anche qui Simak non lascia trasparire una grande fiducia nel genere umano, è vero, ma il finale è un po' più rassicurante e speranzoso rispetto ad Anni senza fine, anche se in maniera piuttosto timida. Più che Sutton è probabilmente stato uno stimabile uomo lo scrittore che ha costruito questa figura così elevata. In effetti le sue sono opera di denuncia e critica contro guerre ed ogni forma di discriminazione, persino specista. Simak era un tipo in gamba con cui probabilmente sarei andata d'accordo. Mi piace.




   Cronache del dopobomba // Deus Irae

Anche Dick annovera produzioni post-apocalittiche, di cui una scritta a quattro mani con Roger Zelazny. In merito a Deus Irae ero particolarmente curiosa, poiché Zelazny mi aveva già fatto un'ottima impressione con le Cronache di Ambra, quindi chissà con una collaborazione del genere cosa ne sarebbe venuto fuori. 

Bè, in realtà una roba proprio strana. Un pout-pourri teologico bislacco, con una personificazione del male chiamata Lufteufel che è pure la manifestazione umana del Dio dell'Ira, contrapposto alla vecchia dottrina del Dio cristiano che mantiene intatta la sua speranza, la fede nel perdono, il sacrificio per la salvezza dell'umanità. Uno dei personaggi principali, il pittore focomelico Tibor McMasters, è costruito sulla falsariga di Hoppy Harrington di Cronache del Dopobomba. Insomma, su Deus Irae non ho molto da dire: in verità non so se non l'ho capito o se è una gran cagata. Forse sto iniziando a comprendere il finale, che però è stata la parte peggiore della lettura. Il libro è intriso di dualismo manicheo, facilmente deducibile dal fatto che esistono queste due fazioni così contrapposte, e i personaggi si perdono in elucubrazioni teologiche e filosofiche difficili. Gli eventi sono pressapoco i seguenti: in uno scenario post bombe nucleari in cui gli uomini vivono in piccole comunità e dividono il mondo con altre strane creature, la chiesa del Dio dell'Ira (chiamasi SCROFA, da pronunciare con spelling, grazie) incarica il suo artista McMasters di dipingere la cappella della chiesa della nuova religione possibilmente catturando la vera essenza della manifestazione divina in terra, Carleton Lufteufel, responsabile del lancio delle bombe che hanno ridotto il mondo ad un cumulo di macerie e radiazioni e pochi sparuti esseri viventi. Per raggiungere lo scopo l'inc(ompleto) parte per il suo sacro pell(egrinaggio) a bordo del suo carro con mucca, versione sfigata della Focomobile indipendente in possesso del più tecnologico Hoppy. Spaventato dall'idea del viaggio, McMasters pensa di convertirsi al cristianesimo, e vengono quindi presentati i personaggi della fazione cristiana. Ci ripensa e parte. Arriva a Lufteufel, ma... aspetta. Arriva a Lufteufel, davvero? Bè, lui pensa proprio di sì, il lettore sa la verità ma gli rimane comunque un gran senso di incompiuto a fine lettura. Soprattutto sul finale, molto alla "e quindi?". Lo sfondo è interessante, con tutte quelle creature frutto delle radiazioni e di tecnologia rivoltatasi contro i suoi stessi creatori: macchine riparatrici molto suscettibili, rotte ma orgogliose, computer affamati, rettili amichevoli ed insetti gradassi. Però è un libro difficile su cui tirare le somme, credo di essermi persa qualcosa per strada.




Cronache del dopobomba è invece più fruibile e forse uno dei migliori che abbia letto della produzione dickiana. Ho già parlato di quanto Hoppy mi ricordi il Mulo di Asimov: un personaggio deriso per e dalla sua fisicità, dalle sue menomazioni, fragile esternamente e con un'enorme voglia di riscatto che sfoga cercando di porre sotto il suo controllo dapprima l'intera comunità, poi il mondo intero. Certo, il fokky di Dick non costruisce un impero galattico, ma è ad un passo dallo spazzar via quel lume di speranza rappresentato da Dangerfield nel suo satellite orbitante, uno dei pochi elementi che garantisce coesione sociale ai gruppi organizzati di esseri umani dopo la catastrofe. Con lo scopo si sostituirsi a lui ed ottenere il rispetto e la considerazione che ha sempre desiderato, anche attraverso l'intimidazione. Il tutto sfruttando i suoi poteri psichici, la compensazione alle sue limitazioni fisiche, in grado persino di uccidere, altro elemento che lo lega e lo accomuna al personaggio del Mulo. 
Il Fokky è quindi senza dubbio il personaggio più interessante, ma sono tutti abbastanza ben delineati, tutti sull'orlo di crisi nervose, tutti a loro modo tormentati ed alcuni indiscutibilmente fuori di melone, come Bruno Blutgeld, che però... ha parecchie sorprese da riservare. 




Il popolo dell'orlo
Diamine, questo è troppo mormone! Si tratta di quattro o cinque racconti uniti fra loro nell'ambientazione, in alcuni personaggi, a livello di successione temporale, nella solita rinascita della società dopo una guerra nucleare. Ho avuto la prontezza di appuntare un commento sulla libreria Anobii, e lo riporto di seguito:


L'incipit dei racconti è intrigante così come lo svolgersi degli eventi. Si arriva però a punti in cui quasi ogni storia diviene irrimediabilmente stucchevole, ed intrisa di un sentimento religioso che non mi appartiene e che non posso comprendere né spesso condividere. L'ultimo racconto è forse quello che più si avvicina alla mia idea di misticismo, ma è costante la presenza di un sottofondo piuttosto moralista, sebbene voglia apparire illuminato dalla comprensione dell'umana debolezza e dall'idea della possibilità del perdono. I personaggi sono vividi e ben caratterizzati, ma i più interessanti, i più tormentati, diventano spesso prevedibili. Troppo "buoni", oserei dire a tratti disneyani. Esaltazione del valore della famiglia, dell'unione che fa la forza, del legame non tanto per la propria terra quanto per la propria patria (è diverso). E i cattivi rimangono i cattivi, senza grandi approfondimenti. Ad esempio, non molte parole sono riservate agli Irregolari, liquidati in poche righe come feccia della società. Bello il personaggio del ribelle Ollie, ma poco approfondito. 

Interessanti i due Teague, ma come già accennato, coinvolti in vicende dai risvolti davvero stucchevoli.

Insomma, la lezioncina morale è dietro l'angolo, ma non ha il mordente e gli alti ideali della critica di un Simak, che riesce ad andare oltre il concetto di divino, è un idealista di più ampio respiro. Questo qua è un mormone incallito anti-gay, come pretendi che possa scrivere qualcosa che parli di una comunione ben più profonda tra l'uomo e la terra e tutto ciò che contiene? Poi questi che si convertono così facilmente, ok Teague non è tra questi, ma... c'è sempre questa melassa che si insinua fra una riga e l'altra. 




 La Strada
Da La Strada di McCarthy mi aspettavo qualcosina di più, forse. Vi sono passi molto lirici, ma la situazione è talmente disperata che il viaggio risulta quasi un trattato scientifico, senza nulla cui aggrapparsi, la storia del cammino di un padre e un figlio verso una qualche forma di salvezza e umanità e la loro lotta per la sopravvivenza quotidiana, contro i demoni del freddo, della fame, della malattia, degli altri animali-uomo. Non l'ho trovato crudele, non l'ho trovato crudo più di quanto non trovi crudo un documentario. Lo stile è freddo (a parte quei momenti di poesia di cui accennavo) ed è una scelta che si armonizza bene con l'aridità della situazione, del pianeta che ormai ospita una manciata di esseri viventi: piante, animali, ogni cosa è per lo più morta e il declino della Terra a massa inerte di detriti senza vita pare inarrestabile. Mi è sembrato tutto molto naturale, la morte di ogni cosa e quindi i tormenti della fame e tutto ciò che di terribile si ci si possa aspettare da un animale uomo in via di estinzione, compresa la scena del neonato morto e arrostito allo spiedo. In tutta questa morte e decadenza un finale così proprio non me lo aspettavo. 




 L'ombra dello Scorpione
Eccoci al dunque, rimessi in pari con il romanzo in lettura. Di King avevo letto solo A volte ritornano, libro di racconti, e mi son dovuta confrontare per la prima volta con la mole colossale di un suo singolo volume. Ammetto che è a tratti molto provante. Si alternano guizzi interessantissimi sullo svolgimento delle vicende in cui vai avanti per 300 pagine senza staccare gli occhi dal foglio (elettronico, nel mio caso -a proposito, devo ricordarmi di scrivere un post sui vantaggi dei lettori ebook e "contro" i feticisti del libro come oggetto), insomma, momenti estremamente avvicenti e poi si cala nell'abisso della noia del flusso di pensieri inutilissimo di ogni personaggio. Per motivi editoriali la prima stampa del romanzo aveva subito un taglio netto di 400 pagine. Poi è uscita l'edizione integrale, quella che sto leggendo io, con mille e cento pagine e spicci. King, siamo sinceri: di quelle 400 pagine non se ne sentiva la mancanza. Ho l'impressione di percepire benissimo dove son passate le forbici per la prima edizione e dove sono state ritirate. Ci sono pagine e pagine di fuffa. Per carità, fuffa che arricchisce di dettagli, certe volte dici "oh guarda!", ma altre volte ti sale la nausea. Prolisso, eccessivamente dettagliato, diverse parti inutili. Ho un rapporto ambiguo con questo libro. In linea generale mi sta piacendo. Per ora sono quasi a pagina 800, non manca moltissimo.
L'aspetto che a mio avviso perde di più dell'eccessiva lunghezza e attenzione ai flussi di coscienza dei personaggi è che alla fine essi sembrano uniformarsi un po' tutti. Il più interessante è sicuramente, finora, Harold Lauder, il ciccione fallito, il più tormentato dall'intestina lotta fra il bene e il male, sebbene sia veramente insopportabile e desidero che crepi presto. Il mio preferito è invece Stu Redman, forse perché da subito l'ho immaginato con l'aspetto di un giovane Clint Eastwood. Vivo invece un'insanabile contraddizione nell'immaginare l'aspetto di Larry Underwood. All'inizio del libro la sua voce è definita simile a quella di un nero, e ho iniziato ad immaginarlo come Mario Biondi. Solo che Mario Biondi è pelato come un uovo sodo e l'autore continua a più riprese a farmi notare quanto sia capellone Larry Underwood. No King, non ci sto, Larry ha la faccia di Mario Biondi e la storia è chiusa,ok? Niente capelli, liscio come una palla da biliardo. I can really dig my man, baby. Intesi?
Nel complesso comunque è il libro post-apocalittico più completo che abbia letto fin d'ora, che non esaurisce il racconto alla diffusione della forza distruttiva ed annientatrice (un virus influenzale creato in laboratorio come arma biologica dagli Americani), né alla ricostituzione della società, ma va ben oltre, inserendo un enigmatico elemento mistico, un grande scontro fra bene e male di proporzioni gigantesche di cui la superinfluenza sembra solo un preludio. Sebbene questo dualismo bene-male così definito torni in altre opere (in Dick ad esempio), lì la dicotomia sembra essere una conseguenza dell'evento catastrofico, mentre qui è l'annientamento a sembrare come una "prima fase" della lotta fra le due forze che sembrano tirare le redini della sorte del mondo (forse è una situazione simile a quella di Shiel, dove però il misticismo ben presto si esaurisce). I sopravvissuti alla distruzione ritrovano loro stessi ed i loro simili grazie ai sogni, sogni vividi, intensi, premonitori, che li guidano e li radunano  attorno alle due figure totemiche, rappresentazioni del bianco e del nero. Come andrà a finire? 300 pagine lo sveleranno.
-Larry Underwood intento a cantare il suo grande successo prima della diffusione dell'epidemia di superinfluenza-

-Ti sbagli, non è Dexter, ma l'uomo nero Randall Flagg, il MALE!-

- Niente Gary Sinise, ecco il mio Stu Redman. Cavolo che figo... -
(bè dai Gary Sinise non ci sta male, ma vuoi mettere con Clint Eastwood?  ♥♥♥ )

martedì 20 settembre 2011

Memory lost


Questo per sottolineare con un evidenziatore mentale quanto possano essere inutili i miei tentativi di creare percorsi, tracciare strade, segnare sentieri, plasmare l'informe, e così via.
Temo di essere una forza del caos: sembra che ogni tentativo nato da me per dare un ordine a qualsiasicosasia in realtà già di partenza sia destinato ad essere abortito e perdersi in un gomitolo di tutt'altro.
Niente di grave, ci sono abituata.
Cioè, è così, non ne faccio un dramma, è così da anni, non credo nemmeno sia il caso di sforzarsi di cambiare le cose.
Questo preambolo nasce per spiegare, molto semplicemente, cosa ne è di tutti i percorsi di lettura che con tanta fatica avevo tracciato, acquistando libri, richiedendoli in biblioteca, mettendoli in lista, e... ah, per la cronaca, la biblioteca mi ha interdetta per un mese dal prendere in prestito libri, visto che ho scordato di consegnarne uno per due mesi (ma ero in vacanza, con agosto di mezzo, in pieno relax post suicidio da studio intensivo e loro non mi hanno fatto nemmeno una telefonata per rammentarmelo, aggiungerei in mia difesa).
Insomma, chiaro che dal cammino principale una qualche deviazione sia consentita, ma pare che la mia capacità migliore sia quella di imboccare deviazioni e pure crearne di nuove, creando reti enormi in cui raccapezzarsi diventa arduo e la strada maestra ormai è perduta.
Tanto per fare un esempio, Colori proibiti, il libro di Mishima che tanto avevo bramato all'inizio del blog, quindi nel lontano novembre 2009, ancora è lì in attesa di essere letto da quasi due anni.
E, ancora per dire, mi hanno chiesto consigli per approfondire la letteratura giapponese... che non sono in grado di dare, ora come ora. Ci ho pensato, ci ho rimuginato su, il giorno, la notte, anche nel pomeriggio, ma, qualsiasi fosse la posizione del sole nella volta celeste, sembrava non influenzare affatto la mia capacità di elargire consigli sull'argomento.
Che fare? Tariamo la bussola? O continuiamo ad essere rapiti dalla malia della divagazione?
Per ora temo che l'unica strada percorribile sia la seconda, a meno che non voglia perdermi in una sorta di autoscontro mentale fra libri sgomitanti nell'attesa di essere letti; una divagazione della divagazione creerebbe ancora più panico. Quello che devo abituarmi a pensare è che se voglio intraprendere una strada, ciò che ha maggiore probabilità di accadere è esattamente ciò che ritengo che sia meno probabile che accada.
Mi spiego: mai stata appassionata di fantasy, nemmeno quando, verso i quattordici anni, mi divertivo ad andare in giro con maglie di dragoni versus maghi provvisti di scettri con Orb iridescenti, guerrieri in mutandoni di pelo ed elfi arcieri omosessuali, e ad ascoltare castrati di montagna che, con acuti gridolini mischiati a velocissimi riff miagolanti, ne decantavano le gesta. È vero, la saga di Discworld la volevo leggere da allora, ma non pensavo che ci sarei mai riuscita.
E invece, a distanza di più di dieci anni, fantasy e Discworld mi piombano per caso fra le mani, e mai me lo sarei aspettato, e quindi che fai? Non ne approfitti?
(Tra i vari eventi ad elevatissimo fattore di improbabilità, poi, è successo anche qualcos'altro che riguarda i giochi di ruolo e che non sto qui a spiegare, ma, tanto per dire, conferma la mia tesi.)
More about Il colore della magia È vero, Pratchett è ciò che di più lontano possa esistere dal fantasy da cui volevo stare alla larga, popolato solo dagli stereotipi dei classici guerrieri coi mutandoni di pelo, elfi omosessuali, ecc., e nel tentativo di classificarlo sono rimasta perplessa: è un fantasy variegato alla fantascienza? O forse non ho abbastanza familiarità con il fantasy che, una volta trovatone uno valevole e degno di lettura, decisamente al di là delle mie aspettative, stento a infilarlo nel cassetto mentale adibito allo scopo proprio perché non è il prodotto mediocre che associo di solito a questo genere?
La prima è un'ipotesi azzardata e forse errata (la seconda è più plausibile e forse giusta), però m'è venuta in mente analizzando il fatto che sulla scienza, o presunta tale, del Mondo Disco, creata dalla più che fertile immaginazione di Pratchett (devo rimarcarlo, che un mondo del genere è il parto di una mente umana, o stento a crederci anch'io), ci si potrebbe scrivere un libro intero. Cosa che, in effetti, è stata fatta, ho scoperto poi.
Su questa serie di libri, di cui ora ho letto solo i primi due, non ho nient'altro da dire se non noiose parole di elogio che risparmio, e, dimenticavo, che se terminassi qui la loro lettura per tornare sulla strada dei miei percorsi già in precedenza tracciati rischierei di fare ancora più casino. Meglio di no.
L'unico intermezzo consentito è la lettura delle Cronache di Ambra, di Roger Zelazny, cosa che tra l'altro va ancora a sostegno della mia tesi, visto che pensavo che non l'avrei letto almeno da qua a cinque anni almeno. Anche se una prova migliore sarebbe senz'altro stata la scelta de Lo Hobbit, dato che, saltando ancora una volta negli anni dei Blind Guardian, quando lessi l'ormai inflazionatissimo Signore degli Anelli, m'ero ripromessa di non toccare mai più un libro di Tolkien in tutta la mia vita. Ciò che ha dell'incredibile è che stavo per farlo, salvo l'intervento di una, chiamiamola, "forza esterna" che mi ha dissuasa ed insistentemente persuasa a tirar fuori Ambra dalla libreria.
Insomma, fantasy! Non l'avrei mai creduto.

Intanto, altri sentieri secondari sono stati diversi saggi di divulgazione scientifica, tutti molto piacevoli ed educativi.
Il mio percorso sull'Islam è andato, spero in maniera non definitiva, a farsi fottere con una lettura sul fondamentalismo islamico. Interessante, sì, ma non abbastanza; il fatto è che credo che io e i libri di storia abbiamo qualche problema ad intenderci. Ogni libro di storia che ho iniziato, carica di tutta la buona volontà che, mentalmente e fisicamente, potessi riversare su di esso, è stato chiuso prima del tempo in attesa di tempi migliori. Nonostante questo, ritengo il loro studio assolutamente necessario. Questo è il motivo per il quale Storia del Giappone è ancora fermo all'età dell'ascesa dei bushi, ma nel frattempo ho acquistato un altro libro di storia del Giappone di un autore diverso. Sembra idiozia, in realtà voleva essere un sublime sforzo di studiare gli eventi il più approfonditamente possibile: una volta finito di studiare come si deve il primo (con tanto di appunti scritti, s'intende), si passa alla lettura del secondo come ripasso e più a tempo perso. Le mie intenzioni sono buone, lo giuro.
Non essendo mai stato abbandonato seriamente (anime, articoli, manga & co. sono comunque una finestra aperta sulla sua cultura), il tema Giappone deve essere ripreso in mano il prima possibile a causa della mia odierna necessità di approfondire il periodo storico intorno al 1860, se non altro per capire qualcosa in più di alcuni manga che sto leggendo in questo istante.
Tutto il resto degli appuntamenti va a puttane, come sempre, ma tanto, quando mi dimenticherò di loro, quei libri saranno lì ad aspettarmi: ne hanno, di pazienza.

venerdì 20 agosto 2010

Pirati! Ancora!

A parte qualche intermezzo, qui si veleggia ancora sulla rotta della Tortue.
More about La clessidra del potere Questo libercolo l'ho acquistato, si dice, per regalarlo a mia sorella, pur sapendo che mia sorella preferisca di gran lunga dedicarsi con passione alla ri-ri-ri-ri-ri-lettura di fumetti manga quali Ransie La Strega, Card Captor Sakura, e ultimamente Sei il mio cucciolo. Il suo hobby preferito era consumarne le copertine, tenendole ben salde tra le sue dita sudaticcie, sino a farle divenire una sorta di poltiglia. Se non fossi riuscita a toglierle questa malsana abitudine, il suo destino di lavoratrice in impianti di riciclaggio carta con metodi biologici sarebbe stato assicurato. Ad ogni modo, l'ho davvero acquistato per regalarglielo. Credo che, data l'età, riesca ad apprezzarlo più di me.
Avevo voglia di leggere una ragazzata, un libricino scorrevole, tanto per distrarsi. E l'ho persino scelto con elementi fantasy (sì, aborro il fantasy: lo considero il più grosso secchione di spazzatura letterario). E ha ben risposto alle mie aspettative. Lo potrei definire come una semplice sommatoria: Monkey Island + Resident Evil + L'Isola del Tesoro.
Monkey Island perché il cattivone cattivo cattivo della storia non riesco a non immaginarlo come una sorta di LeChuck: anche un po' grottesco nel suo essere nero, malvagio e senza pietà, capo di un esercito di non-morti e capace di terrificanti incantesimi di magia nera (vudù? Ci starebbe bene!). Una macchietta.
Resident Evil perché di zombie ce ne sono un fottìo, e affamati. E puzzolenti. Divertente.
L'Isola del Tesoro perché il protagonista è il solito ragazzino sveglio, che si caga sotto ma alla fin fine mostra coraggio, più coraggio di quanta ne richieda la sua età, e riesce a farsi amare ed accettare dalla ciurma di adulti e bla bla bla bla.
Non mi aspettavo una grossa caratterizzazione dei personaggi e fortunatamente non l'ho trovata. Speravo in un maggiore lavoro di approfondimento sulla realtà quotidiana di una nave. I romanzi pirateschi sono zeppi di terminologia esclusivamente marinaresca, e qui l'unico termine tecnico che ho incontrato è stato "barra del timone"... va bene, sarebbe uno spunto per imparare cose nuove, ma d'altronde il libro è destinato ad un target d'età decisamente più basso delle mie due decine e mezza, ci rinuncio tranquillamente. Diciamo che, fino al penultimo capitolo, non volevo essere impietosa. Volevo uno svago semplice, leggero e piratesco e l'avevo trovato.
Poi, il Karnar.
Un mostro marino che sbuca fuori come un perfetto quanto inutile deus ex machina, senza background definito, viene, appare a buffo, salva la masnada di pirati buoni e di sani principi ed altrettanto a buffo scompare. È perché odio il fantasy? È vero, ho le mie riserve, ma, davvero, questo era un espediente narrativo che definirei raffinato quanto un sonoro e pieno rutto di un conferenziere al microfono. Semplicemente messo ad minchiam. Discesa vertiginosa del giudizio.

More about Il Corsaro Nero Si potrebbe etichettare con la dicitura "piacevoli sorprese". Non avevo letto mai niente di Salgari, e pensavo di essere ormai troppo attempata per apprezzare le sue opere, un po' come mi è successo per L'Isola del Tesoro di Stevenson. Un libro piacevole, questo, ma a tratti poco vivido e lento in alcuni punti. Forse il fatto che il protagonista sia il solito ragazzino di giovanissima età (nella mia immaginazione opportunamente sostituito da una ragazzina in incognito, ma non cambia nulla) oramai mi mette un po' a disagio. Per inciso, Long John Silver, alias Porco Arrostito, s'è poi rivelato il personaggio più interessante del libro e non vedo l'ora di approfondirlo.
Tornando al Corsaro Nero, s'è rivelato essere di gran lunga al di sopra delle mie aspettative. Un libro per ragazzi di ogni età, senza ombra di retorica. Il protagonista ha tutte le caratteristiche distintive dell'eroe: nobiluomo, cavaliere, pietoso, eppure... Eppure, con quella sua aria funerea, lugubre, è circondato di quella cupezza da tenebroso che a prima vista lascia spiazzati in un personaggio tanto positivo, fiero e di saldi principi.
La chicca è il cammeo del giovane Morgan, comandante in seconda del Corsaro Nero, evento salutato con entusiasmo dalla mia immaginazione. Senza fatica l'immagine del Morgan della Santa Rossa è stata riutilizzata qui, "fittava" (come si dice in italiano?!) perfettamente: per me è stato meglio che guardare un film. Strepitoso.
Le descrizioni naturalistiche di paesaggi, fauna e flora sono vivide ed impeccabili, così come quelle di eventi, dalle battaglie navali all'emozionante uragano presso le coste delle piccole Antille, fino al palpitante amorazzo fra il Corsaro e Honorata, che credevo che il libro me lo facesse calare, e invece...
Non l'ho ancora terminato, ma mi sono ritrovata ad aver letto 160 pagine in due giorni. Da rimanerci con gli occhi sgranati. Fantastico! Entusiasmante! Vivido!

C'è dell'altro
Amélie Nothomb - Metafisica dei tubi, Le Catilinarie, Né di Eva né di Adamo
Perde un po' di punti questa scrittrice, nella mia classifica personale. Sembra come se, quando il contenuto delle sue opere sia privo di palese piglio critico o polemico nei confronti di alcuni meccanismi sociali, esse diventino prive della verve che mi aveva conquistata precedentemente. Se si concentra sulla sua autobiografia senza contestare nulla, mi risulta antipatica.
Niente di che per questi tre libri (il primo parla della sua infanzia, il secondo è un racconto un po' angosciante ma carino, forse il più rilevante fra i tre, il terzo narra della sua storia d'amore, se così la si può chiamare -koi, non ai, precisa lei- con un ragazzo nipponico), a parte un viscerale odio per le carpe che personalmente non condivido.

Yukio Mishima - La dimora delle bambole
Un libro di quattro o cinque racconti brevi, degni di menzione. Si tratta di racconti giovanili, antecedenti al romanzo "Confessioni di una maschera". Come al solito Mishima sa incantare il lettore, con quella comunione che fa sbocciare fra i suoi personaggi e la natura che li circonda, che sembra riflettere i loro stati d'animo e farsi portavoce dei loro turbamenti. Eppure sembra sempre sovrastarli, o prendere vita come personaggio a sé stante.
Bellissimo l'ultimo racconto, "Biglietti", intriso di un'atmosfera macabra di gusto tipicamente nipponico. Un po' lento "Il Principe Karu e la principessa Sotori" ma molto gradevole soprattutto per l'ambientazione nell'antico Giappone. Tutti comunque molto delicati e dall'atmosfera come di nebbia, quasi onirica, ma minuziosamente studiata (non incompiuta, ingarbugliata, inutile e senza ombra di raffinatezza come può esserlo quella di una Banana Yoshimoto, ad esempio).

Mary Roach - Stecchiti. Le vite curiose dei cadaveri
Di rado abbandono un libro, perché se non mi piace devo conoscerne l'intimo motivo, meditarci sopra, rimuginarci ed andare a fondo nello schifo che fa o nella sua insulsaggine.
Qui non ce l'ho fatta. E l'ho pure ordinato io in biblioteca.
È un libro di divulgazione scientifica anche ben scritto, con toni fra il serio e il faceto ma mai irrispettosi, che si propone di esporre al pubblico come i cadaveri hanno contribuito, volenti o nolenti (prima di passare fra i più, ovviamente), all'avanzare del progresso dell'umana specie. Prove tecniche di crocifissione o di interventi chirurgici, furti di cadaveri per dissezioni, collaudi d'automobili, ricostruzioni d'incidenti aerei (ho trovato un ulteriore motivo per non imbarcarmi in quei demoniaci tubi di metallo), trapianti di testa... svelati tutti i segreti della decomposizione. BLAAAAAAAAAAAAAAH! Non ce l'ho fatta, speravo di finirlo in fretta, ma madonna mia... niente, niente, non ci sono riuscita.
Mi sembra di aver rivissuto l'esperienza della visita al museo anatomico organizzata dalla docente universitaria di anatomia. Prima di entrare ero curiosa, tutta spavalda e anche un po' cazzona. Salvo poi uscire di lì con, dinanzi agli occhi, immagini di fettine umane, esseri micro e macrocefali in formalina, crani sezionati e nervi messi allo scoperto, con il colorito di un panno candeggiato ed in preda a conati e barcollamenti sospetti. Oltre al danno, la beffa: i colleghi più scettici uscirono dal Forlanini assolutamente entusiasti dell'istruttiva (per me distruttiva) visita.
Niente, per me il post-mortem è un tabù disgustoso, macabro e triste che posso affrontare solo attraverso la distanza del fantastico: ben vengano zombie, vampiri, uomini scheletro o fantasmi, ma la scienza della morte no, proprio no. Grazie per averci provato.

Bobby Henderson - Il libro sacro del prodigioso spaghetto volante
È la risposta più bella mai inventata alle scempiaggini dei creazionisti. Scritto da un fisico, si tratta di un vero e proprio libro sacro, con tanto di brochure da fotocopiare e distribuire per accaparrarsi proseliti e articoli (pseudo) scientifici di supporto alla neoreligione del Pastafarianesimo, ossia dei seguaci del Flying Spaghetti Monster (tradotto con Prodigioso Spaghetto Volante, in breve PSV). Si tratta in sostanza di una risposta a tono a chi avesse chiesto di introdurre l'insegnamento della "teoria" creazionistica a fianco di quella evoluzionistica. Volete insegnare il creazionismo nelle scuole? Bene, esigo che anche la creazione secondo il Pastafarianesimo venga insegnata, ha la stessa identica dignità e gli stessi fondamenti scientifici. L'ho trovato per caso in biblioteca e non potevo lasciarlo lì, né evitare di acquistarlo per regalarlo al primo amico che compiesse gli anni di lì a breve. È semplicemente geniale. Ogni evento naturale ha una spiegazione "logica" in funzione ovviamente del PSV, così come i seguaci del disegno divino ne trovano una buona per il loro dio qualsiasi esso sia. E, manco a farlo apposta (sarà un divino segno d'elezione del PSV, un suo prodigioso messaggio?), il suo popolo eletto sono... i pirati! E così viene dimostrata, attraverso la simulazione SPADA, la stretta correlazione fra la diminuzione del numero di pirati e il riscaldamento globale, provocata da un diminuito upwelling delle acque marine; vengono fornite prove matematiche, ontologiche e manageriali dell'esistenza del PSV; la gravità viene minuziosamente spiegata con l'azione delle Sue appendici pappardellose... e così via.
In His name we pray, Ramen.


martedì 30 marzo 2010

Buoni nuovi

Prima di iniziare la seconda tranche dei brevi commenti sui libri letti nel mese, un piccolo appunto sulla situazione libresca a tutt'oggi. Non riesco a starmi al passo nel commentare i libri che leggo: ho notato che la lettura è un'abilità che in linguaggio nerdico potrebbe essere definita "skillabile". Più leggi e più capisci, ma soprattutto più leggi e più lo fai velocemente. Hai i level-up: tutto è in funzione di libri più complessi, di articoli di settore, che hai paura di affrontare, poi torni indietro, li rileggi e dici "ma era una cazzata!".
E continui a ciancicare parole mescolandole assieme e facendole tue, scegli autori nuovi con una perizia sempre maggiore, si affina il tuo gusto, smonti tesi e costruisci controtesi, tutto dona più colore alla tua mente e pensi che ancora più colore possa aggiungersi. Non c'è fine alle sfumature.

E così ho speso tipo troppi soldi. Fra i recenti acquisti:

- More about La solitudine del cittadino globale La solitudine dell'uomo globale, con il quale farò conoscenza con Bauman.

- More about Orientalismo Orientalismo, di Edward Said. Sono piuttosto fiera di aver scelto mea sponte questo libro, avendo scoperto a posteriori che l'autore fosse una personalità di calibro notevole.

- More about Le crociate viste dagli arabi Le Crociate viste dagli Arabi. A parte il titolo che mi ha subito presa, mi ha convinto l'averlo aperto a caso e aver trovato una pagina in cui si parlava della setta degli Hashashin. Al di là di questo, l'idea di avere una prospettiva "altra" rispetto a quella scolastica è sempre affascinante.

- More about Autostop con Buddha Autostop con Buddha, di Ferguson. Sì, lo so che l'avevo ordinato in biblioteca. Ma ha ricevuto commenti tanto entusiasti dai lettori nippofili che non ho resistito. Speriamo che mi sia ben fidata.

- More about Il padiglione d'oro Il Padiglione d'Oro, di Mishima. Eh, sì, l'ho letto. Però è il non plus ultra del libro bello. Siccome l'ho trovato in una di quelle fantastiche bancarelle vicino alla ex piazza Esedra a metà prezzo, l'ho preso. Tanto lo so che vorrò rileggerlo. E pure se non lo rileggo, lo so che lo volevo.

- More about Lezioni spirituali per giovani samurai alla stessa bancarella ho pagato coi tintinnanti Lezioni spirituali per giovani Samurai ancora di Mishima.
A dire la verità, questo è un libro che mi spaventa un po'. Sarà un'operazione complicata eliminare i filtri della mentalità occidentale ed affrontare la filosofia dell'azione di questo samurai del ventesimo secolo. Un saggio è diverso da un romanzo. Spero di riuscirci a dovere. Ho in mente di affrontare una preparazione prima di prendere in mano questo libro: per prima cosa, terminare Storia del Giappone di Gatti (che va lento ed è bloccato perché lo stavo proprio studiando, prendendo pure appunti), acquistare altri libri sulla storia del Giappone in toto e semplicemente leggerli. Poi prendere in prestito dalla biblioteca il Beasley (Storia del Giappone moderno), l'Halliday (Storia del Giappone contemporaneo) e altri e leggermeli bene e solo poi passare al saggio di Yukio. Capito perché mi spaventa?!

- More about Stupore e tremori Stupore e tremori della Nothomb, letto e finito.

Dalla bib ho preso in prestito questi tre libricini frettolosi:
- More about Pian della Tortilla More about Uomini e topi
Pian della Tortilla e Uomini e Topi. Non ho mai avuto l'occasione di "parlare" qui di Steinbeck ma lo amo. La Valle dell'Eden è un libro semplicemente stupendo. Furore m'è piaciuto meno: non che fosse meno bello, ma è così amaro che, oserei dire, riesce a strappare lacrime. Siccome ho letto diverso tempo fa entrambi, non ho le parole per descrivere stile e temi. Diciamo che le sue descrizione di certe realtà sociali appartenute all'America sono molto vivide e la sua sensibilità verso questi temi è molto spiccata.

- More about L'uomo flessibile
L'uomo flessibile di Richard Sennett, un sociologo americano. Non so se ho fiutato bene e ho alcune riserve su 'sto libro. Ho paura che arrivi a conclusioni divergenti dalle mie. Vabbè, staremo a vedere. In realtà l'ho scelto perché quello del lavoro è un tema a cui "politicamente" sono molto affezionata, per cui l'ho voluto accostare ad un altro saggio, che sto leggendo, questa volta di una personalità che conosco e ammiro, quella di Luciano Gallino. Ho letto diversi articoli scritti da lui e mi piace molto. Il saggio che ho in lettura, che ho accennato in un qualche sconclusionato post di un po' di tempo fa, è Il lavoro non è una merce - contro la flessibilità, non facilissimo, almeno nella prima parte in cui esamina la costruzione delle statistiche sui numeri di lavoro precario e lavoro nero, ma indispensabile per l'analisi di uno dei temi più importanti dell'attualità. I titoli dei due libri che ho scelto di accostare sono già molto differenti tra loro: quello di Gallino prende una posizione, e sai che probabilmente il libro in più punti destrutturerà questo sistema squallido che si prefigge di trattare un uomo alla stregua di oggetto qualunque di cui, a tutto beneficio dell'azienda, si può disporre a piacimento (l'uomo è flessibile perché si piega a 90, mi viene da dire). Il primo libro invece è come se avesse un titolo che presupponga l'adeguamento dell'uomo a queste esigenze. Ben diverso è ad esempio il titolo di un altro scritto di Gallino, il costo umano della flessibilità, dove già si evince una critica al modus operandi che ha preso piede nella gestione del personale delle imprese.
Vabè, senza fretta mo' vediamo un po' cosa mi aspetta.







giovedì 11 marzo 2010

Ma che lagna il Potere della Lagna!

Ho da recuperare un po' di terreno per quanto riguarda i commenti ai libri letti. Ero partita con l'idea di creare un nuovo "Leggere ma non leggere in febbraio pt.3" ma febbraio è passato da un pezzo, l'armonia dell'elenco s'è già persa con King Kong Girl che, sebbene etichettato come febbraio, ha il commento datato in marzo... e via con stupidaggini perfezioniste ed enciclopediche dal sapore di aria fritta.

Freghiamocene.

Andrò a ritroso questa volta. Al di là di vari acquisti marzolini, manuali di pupazzeria (almeno tre, peccato che manchi la sostanza della messa in opera), un manuale di cucito costato un lobo di fegato, un disinteressatissimo regalo a mia sorella, e a parte vari espropri temporanei operati in case altrui -la pila dei "prossimamente" sembra voler sfidare il divino- due volumi li ho presi in biblioteca.
More about Il potere della lagna. Perché viviamo in una società paranoica Fra i due ho iniziato a leggere tale "Il Potere della Lagna", scritto da Julian Baggini, filosofo e giornalista inglese, troppo inglese, che già... no, non è che mi stia antipatico. È che mi aspettavo un libro diverso. Un tantino meno personalistico. È una panoramica un po' presuntuosa. Un libro per persone più semplici di me (spero non suoni questo troppo presuntuoso).
Mi spiego, questo qua vuole tracciare una tassonomia della lagna (complaint), distinguendo fra lagne utili, lagne inutili e lagne potenzialmente utili ma malformulate. Nell'introduzione sulle religioni già c'è un qualche piccolo elemento confusionario, forse semplicemente dovuto al fatto che il libro debba mantenersi su toni molto generali. Sulla tesi di fondo ivi presente sono d'accordo: le religioni sono per lo più "forze conservatrici". Solo che ci sarebbe un discorso immane da poter fare qui. Troppo storico-antropologico, troppo analitico, insomma lui lo dice, è una panoramica, e allora va bene, lasciamo questo discorso a libri di stampo totalmente differente, d'altronde, bene o male, a quanto ho capito questo è un libro più "divulgativo".
Quello che l'autore vuole dimostrare è che la lagna, se ben fatta e ben costruita, ha un grosso potenziale costruttivo e rivoluzionario. Per questo parte innanzitutto la sequela di lagne inutili, fra cui la lagna suicida, la lagna luddista, la lagna interessata. In quest'ultima un particolare rilievo è dato ai Nimbys, i "not in my backyard", le persone che si oppongono, tanto per fare un esempio, alla costruzione di aereoporti nelle vicinanze delle loro abitazioni per lo più perché troppo vicini, adducendo però motivi ben più nobili come "mascheratura" di quello reale, piuttosto banale ed interessato: l'aereoporto inquina, il rumore, l'inquinamento acustico...
È che a me però i Nimbys stanno simpatici. Probabilmente sono una gran produttrice di lagne inutili, ma voglio vedere quant'è bello vivere da 20 anni in un luogo e vedersi all'improvviso costruire un bel reattore nucleare a fianco della cuccia del proprio cane. Probabilmente lui non lo nega: ciò che critica è l'incoerenza dell'individuo che desidera l'avanzata del progresso, il calore sotto al suo deretano, e insieme la propria totale tranquillità, la lontananza dai danni che lo stesso progresso compie accanto alle comodità. Questa incoerenza però, purtroppo per noi comuni mortali, è ben poco eliminabile. Trovare modi più costruttivi per lamentarsi? Ok, ma non sempre esistono.
In sostanza, io e Baggini siamo completamente divergenti rispetto a un punto: è vero, è spesso necessaria una analisi approfondita della propria lagna, è necessario legittimarla logicamente ed è necessario proporre un'alternativa valida allo stato attuale delle cose. Ma io dò un peso e una dignità molto maggiore alla lagna che egli chiama "catartica". Speravo insomma che il libro fosse un encomio della lagna catartica. Della lagna inutile. Della lagna formulata quando non hai via d'uscita e sei obbligato ad accettare lo stato attuale di cose quando invece ti ripugna.
"Non ho alternativa né potere decisionale: lasciami almeno lamentare!" Questa è una delle grandi dignità della lagna, uno spiraglio di luce nel buio più totale. Un tocco di personalità ai problemi della vita.
Poi, tanto per lagnarci, nel capitolo "lagne nostalgiche e luddiste" cita la lagna sul "ritorno delle buone, vecchie abitudini alimentari" affermandone l'infondatezza, perché negli anni '70 si mangiava peggio, il pane nero era snobbato anche dai poveri, cibi esotici non ce n'erano, faceva tutto un po' più schifo, e quindi "la crescita delle aspettative di vita alla nascita si è evoluta di pari passo con la diffusione dei McDonald's sul territorio nazionale. [...] Ci si dovrebbe almeno chiedere se veramente la nostra alimentazione fosse migliore prima che il fast-food entrasse a farne stabilmente parte."
Una vocina dentro di me mi istiga a sentenziare: "Ma parla per te, inglese mangiamerda del cazzo! Non è che vi siate impegnati al massimo per costruirvi un'alimentazione equilibrata. Il territorio non vi offre di meglio? Bè, peggio per voi che vi ci siete stanziati".
Ma non lo farò (uhuh).
Insomma, è inutile aggiungere che questo libro è concepito per i deboli di mente, per quelli che non sanno darsi una soluzione sensata ai problemi, per chi non sa riflettere e dedica troppo poco tempo a pensare. Per chi manca di capacità analitica.
Non ho bisogno che un Baggini mi dia lezioni di vita di questo genere. Tuttavia lo terminerò: voglio vedere se dovrò tornare indietro su qualche mia affermazione, se alla fine sarò meno cattiva o mi strapperà ancora qualche lagna.
Inglesaccio antipatico!

Proseguirò, nel post successivo, ad annotare dei brevi commenti sulle altre letture a cavallo fra questo mese e quello precedente.

giovedì 3 dicembre 2009

N.P.

More about N.P. Difficile dare un giudizio, sulla Yoshimoto, che mi appaia esaustivo. Leggere tre dei libri della sua produzione significa quasi leggerne uno solo di racconti, o almeno lascia lo stesso sapore.
N.P. è quello che, fra i tre che annovero fra le mie letture, davvero mi ha delusa maggiormente. Non che l'avessi così caricato d'aspettative. Ma almeno, mi aspettavo un romanzo.
Mi sono trovata invece davanti a qualche flash, in cui bozzetti di protagonisti si muovono veloci di scena in scena, scambiandosi chiacchiere vuote e soprattutto inutili, visto che ognuno pare conoscere esattamente cosa l'altro bozzetto di personaggio ha da dirgli.
La Yoshimoto ha uno stile che si sforza di essere immediato, forse giovanile, alcuni lo paragonano allo stile di un manga; forse ho ritmi troppo lenti e non riesco a starle dietro. Può darsi che il difetto sia mio in questo senso. Però rilevo una curiosa contraddizione. Il primo aggettivo che mi è venuto in mente per descrivere personaggi, scrittura e dialoghi è stato "naif". Tuttavia ho come l'impressione che nell'andare avanti voglia tornare indetro. Che nella sua semplicità, ingenuità, come la vogliamo chiamare, si nasconda qualcosa di tremendamente arretrato e pauroso. Come un pozzo attorno al quale sono cresciuti fiorellini. Difficile rendere più razionalmente la metafora e l'impressione, forse leggendo altri suoi libri potrò esserne in grado.
Ma quella allo stile non è l'unica critica che ho in serbo per N.P. Adesso, i contenuti.
C'è troppa carne al fuoco in questo libro, in particolar modo tenendo conto il fatto che non arriva nemmeno alle duecento pagine (e neanche tutte piene). In una trama dalle maglie deboli, i personaggi stilizzati si trovano di fronte a temi quali morte, sovrannaturale, sucidio, famiglia, incesti, empatia, anch'essi sviluppati con un tratto talmente leggero da essere invisibile, un abbozzo talmente sommario da essere però informe.
Il tema morte/suicidio forse è quello con i contorni più definiti, con qualche particolare un po' orrifico (sarò suscettibile, ma quello dell'osso mi ha fatto rabbrividire; mi ha fatto pensare a The Ring visto qualche giorno prima, stessa angoscia); viene trattato però con una pesantezza che non riesco a definire. Inesorabile, che non ha nulla di lirico. Vero, mi si può obiettare che probabilmente la morte non abbia davvero nulla di lirico, ma come resistere, come non dipingere anch'essa, soprattutto lei, di colori migliori? come non scegliere almeno quelli?

Intanto "Confessioni Di Una Maschera" è a metà e si lascia leggere che è una bellezza. Ah, Mishima. Inarrivabile (comincio ad essere seccante. Però era un genio).

P.S.
Ah, un peccato poi l'occasione sprecata per rendere più interessante la struttura narrativa. A quanto pare il centesimo racconto del libro "nel libro" (di quello in cui si parla nel romanzo insomma) non è altro che il romanzo stesso, cosa che si capisce poco e malissimo. Sarebbe stato un artificio interessante se sfruttato a dovere e meglio.

giovedì 26 novembre 2009

Poscritto di oggi

Dimenticavo. Il giorno successivo al mio post su "Colori Proibiti" sono corsa in libreria ad acquistarlo. Niente, era una calamita e non ho potuto (leggi: voluto) resistere. E ho fatto anche cosa buona e giusta, visto che lo sconto sui Feltrinelli non durava, come avevo erroneamente pubblicato, per tutto novembre, ma sarebbe finito proprio il giorno dopo il mio acquisto, che è stato a dir poco provvidenziale (certo, che fortuna). Adesso è sul mio scaffale, ma vorrei godermi ancora un po' l'attesa prima di iniziarlo.
More about Emily la strambaNel frattempo, come intermezzo, ho iniziato un libro a cui invece mia sorella non ha resistito, il romanzo di Emily the Strange ("Giorni Perduti" ih ih), che personalmente ho sempre trovato simpatica. Ho pianificato di leggere anche un altro libro per ragazzi, "Una scatola piena di nulla". Di fatto l'ho scelto io in biblioteca per mia sorella (molto disinteressatamente... inutile dire che titoli del genere su di me hanno sempre fatto molta presa). Ho anche preso in prestito "N.P." della Yoshimoto, che leggo sempre come intermezzo. Poi si passa a Mishima, ma ho deciso: prima "Confessioni di una Maschera". Poi si vedrà. Solo a scriverlo mi emoziono. Non avrei mai pensato di arrivare ad amare Mishima in questo modo.