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giovedì 11 marzo 2010

Ma che lagna il Potere della Lagna!

Ho da recuperare un po' di terreno per quanto riguarda i commenti ai libri letti. Ero partita con l'idea di creare un nuovo "Leggere ma non leggere in febbraio pt.3" ma febbraio è passato da un pezzo, l'armonia dell'elenco s'è già persa con King Kong Girl che, sebbene etichettato come febbraio, ha il commento datato in marzo... e via con stupidaggini perfezioniste ed enciclopediche dal sapore di aria fritta.

Freghiamocene.

Andrò a ritroso questa volta. Al di là di vari acquisti marzolini, manuali di pupazzeria (almeno tre, peccato che manchi la sostanza della messa in opera), un manuale di cucito costato un lobo di fegato, un disinteressatissimo regalo a mia sorella, e a parte vari espropri temporanei operati in case altrui -la pila dei "prossimamente" sembra voler sfidare il divino- due volumi li ho presi in biblioteca.
More about Il potere della lagna. Perché viviamo in una società paranoica Fra i due ho iniziato a leggere tale "Il Potere della Lagna", scritto da Julian Baggini, filosofo e giornalista inglese, troppo inglese, che già... no, non è che mi stia antipatico. È che mi aspettavo un libro diverso. Un tantino meno personalistico. È una panoramica un po' presuntuosa. Un libro per persone più semplici di me (spero non suoni questo troppo presuntuoso).
Mi spiego, questo qua vuole tracciare una tassonomia della lagna (complaint), distinguendo fra lagne utili, lagne inutili e lagne potenzialmente utili ma malformulate. Nell'introduzione sulle religioni già c'è un qualche piccolo elemento confusionario, forse semplicemente dovuto al fatto che il libro debba mantenersi su toni molto generali. Sulla tesi di fondo ivi presente sono d'accordo: le religioni sono per lo più "forze conservatrici". Solo che ci sarebbe un discorso immane da poter fare qui. Troppo storico-antropologico, troppo analitico, insomma lui lo dice, è una panoramica, e allora va bene, lasciamo questo discorso a libri di stampo totalmente differente, d'altronde, bene o male, a quanto ho capito questo è un libro più "divulgativo".
Quello che l'autore vuole dimostrare è che la lagna, se ben fatta e ben costruita, ha un grosso potenziale costruttivo e rivoluzionario. Per questo parte innanzitutto la sequela di lagne inutili, fra cui la lagna suicida, la lagna luddista, la lagna interessata. In quest'ultima un particolare rilievo è dato ai Nimbys, i "not in my backyard", le persone che si oppongono, tanto per fare un esempio, alla costruzione di aereoporti nelle vicinanze delle loro abitazioni per lo più perché troppo vicini, adducendo però motivi ben più nobili come "mascheratura" di quello reale, piuttosto banale ed interessato: l'aereoporto inquina, il rumore, l'inquinamento acustico...
È che a me però i Nimbys stanno simpatici. Probabilmente sono una gran produttrice di lagne inutili, ma voglio vedere quant'è bello vivere da 20 anni in un luogo e vedersi all'improvviso costruire un bel reattore nucleare a fianco della cuccia del proprio cane. Probabilmente lui non lo nega: ciò che critica è l'incoerenza dell'individuo che desidera l'avanzata del progresso, il calore sotto al suo deretano, e insieme la propria totale tranquillità, la lontananza dai danni che lo stesso progresso compie accanto alle comodità. Questa incoerenza però, purtroppo per noi comuni mortali, è ben poco eliminabile. Trovare modi più costruttivi per lamentarsi? Ok, ma non sempre esistono.
In sostanza, io e Baggini siamo completamente divergenti rispetto a un punto: è vero, è spesso necessaria una analisi approfondita della propria lagna, è necessario legittimarla logicamente ed è necessario proporre un'alternativa valida allo stato attuale delle cose. Ma io dò un peso e una dignità molto maggiore alla lagna che egli chiama "catartica". Speravo insomma che il libro fosse un encomio della lagna catartica. Della lagna inutile. Della lagna formulata quando non hai via d'uscita e sei obbligato ad accettare lo stato attuale di cose quando invece ti ripugna.
"Non ho alternativa né potere decisionale: lasciami almeno lamentare!" Questa è una delle grandi dignità della lagna, uno spiraglio di luce nel buio più totale. Un tocco di personalità ai problemi della vita.
Poi, tanto per lagnarci, nel capitolo "lagne nostalgiche e luddiste" cita la lagna sul "ritorno delle buone, vecchie abitudini alimentari" affermandone l'infondatezza, perché negli anni '70 si mangiava peggio, il pane nero era snobbato anche dai poveri, cibi esotici non ce n'erano, faceva tutto un po' più schifo, e quindi "la crescita delle aspettative di vita alla nascita si è evoluta di pari passo con la diffusione dei McDonald's sul territorio nazionale. [...] Ci si dovrebbe almeno chiedere se veramente la nostra alimentazione fosse migliore prima che il fast-food entrasse a farne stabilmente parte."
Una vocina dentro di me mi istiga a sentenziare: "Ma parla per te, inglese mangiamerda del cazzo! Non è che vi siate impegnati al massimo per costruirvi un'alimentazione equilibrata. Il territorio non vi offre di meglio? Bè, peggio per voi che vi ci siete stanziati".
Ma non lo farò (uhuh).
Insomma, è inutile aggiungere che questo libro è concepito per i deboli di mente, per quelli che non sanno darsi una soluzione sensata ai problemi, per chi non sa riflettere e dedica troppo poco tempo a pensare. Per chi manca di capacità analitica.
Non ho bisogno che un Baggini mi dia lezioni di vita di questo genere. Tuttavia lo terminerò: voglio vedere se dovrò tornare indietro su qualche mia affermazione, se alla fine sarò meno cattiva o mi strapperà ancora qualche lagna.
Inglesaccio antipatico!

Proseguirò, nel post successivo, ad annotare dei brevi commenti sulle altre letture a cavallo fra questo mese e quello precedente.

sabato 6 marzo 2010

Lèggere (ma non leggère) in febbraio - pt.2

Per scrivere certi commenti serve la stessa incazzatura di quando li hai pensati, e non sempre ce l’hai a portata di mano. E’ per questo che non riuscivo a commentare King Kong Girl della Despentes. Avevo iniziato a leggere già altri libri, e la mia carica s’era affievolita.
Mi piace frequentare forum e social network: fa parte del mio programma di osservazione antropologica. Se nel mondo “reale” ti accorgi di quanto becero sia il mondo umano, non te ne accorgerai mai tanto senza vivere appieno le sue realtà. Con forum e social network ti rendi conto di quanto gli uomini siano ancora più beceri di ciò che credi. Il contatto con la bassezza è necessaria. Ma non divago.
Mi è capitato dunque di veder parlare di uomini, per l’ennesima volta.
- “Lui non mi aiuta in casa, non lo sopporto più”.
- “Ah il mio no, cucina persino”
- “Fortunate voi! Sono uomini, non ci capiranno mai fino in fondo perché non hanno l’utero. Chi ce l’ha fatta fare la rivoluzione femminista. Ci fa sgobbare il doppio”
Seguono poi manifestazioni di volontà di tornare negli anni ’50, perché lì almeno si lavorava solo a casa.
Comprendo il sarcasmo che potrebbe essere celato in queste affermazioni. Tuttavia, la cosa non riesce a divertirmi. Per me, una mancata divisione del lavoro in casa in caso di convivenza con un compagno sarebbe inimmaginabile.
More about King Kong Girl Sembrerà strano, ma la mia personale rivoluzione femminista è partita dagli uomini. Intendiamoci, non nel gettargli merda addosso. La merda addosso l’avrei voluta gettare alle donne. Se la meritavano, quella merda, e le puttane avrebbero anche goduto, di quella merda, perché da quando ho guadagnato le capacità necessarie ho realizzato: le donne “che contavano” godevano dell’umiliazione. Contavano perché umiliate. E non umiliate da uomini, ma da loro stesse. Se l’uomo prende, deve esserci qualcuno che dà. E le donne che contano danno la fregna come trofeo, le donne che contano hanno le tettone , si fanno guardare, compiacenti, perché non conta quello che costruiscono, ma conta che hanno la fica.
Titoli di giornali: “La bellissima e bravissima atleta Y ha vinto l’oro...” “la bella e nota cantante X ha lasciato tutti senza fiato” “La bella candidata Z del partito J…”
Spesso viene messa in luce l’eccezionale bravura di donne “che contano”. Ma l’encomio è sempre doppio. Non ho mai sentito nessuna lamentarsi di questi doppi encomi inutili. E’ dovuto, perché hai la fica. Se arrivi in alto e quindi conti, conti perché sei brava ma ANCHE bella. Ѐ NATURALE che conti perché hai la fica e sei bella, se avessi avuto la fica e fossi stata brutta semplicemente non saresti esistita. Tutto qui. Non puoi essere brava e avere la fica e basta, nono. Se poi sei così così, ma comunque guardabile, ci pensiamo noi, e lo diciamo a tutti che sei bellissima, non perché tu lo sia davvero, ma perché così DEVE ESSERE. Perché sei femmina e fa parte dei tuoi compiti. Devi essere bella. Devi curarti, devi piacere. Ma non solo agli uomini, che devono girarsi per osservare il tuo splendore, e questo, non sia mai, non deve darti fastidio, perché fa parte dei tuoi doveri il fatto che ti piaccia! No, è importante piacere alle donne, importi come modello. Lasciano più bava le donne che il resto.
Poi, cos’altro devi fare, donna? E’ tuo dovere cucinare, sistemarti, metter su famiglia, sedurre ma non essere puttana, concederti ma stigmatizzare chi si concede. Dire che gli uomini sono tutti uguali. Fa parte della routine.
Spesso ho affermato e pensato che l’odierna e disgustosa condizione femminile, pressoché universale, schifo più schifo meno (no, pallosi del cazzo, non mi voglio mettere allo stesso livello di chi è sfregiato con l’acido, ma abbiate fiducia, uno sputo di fiducia una volta tanto: se vi dico che io, donna, nell’odierna condizione in questa latitudine provo un immane disagio a vivere in quanto tale, credetemi. Per favore.) sia frutto dell’interiorizzazione da parte delle donne di un ideale, anzi, di più ideali maschili, che, con meccanismi morbosi, abbiamo fatto nostri, senza costruire ex novo una reale identità di genere. E’ una teoria. L’altra potrebbe essere semplicemente che la stupidità vince in quanto a numeri e forza.
La seconda teoria mi deprime molto, ma credo sia la più valida. Si adatta a tutto, ad ogni problema sociale e politico. Stupidità e fame. Stupidità dettata dalla fame. Fame in senso figurato ovviamente: il famoso tornaconto personale. Che spesso è stupido anch’esso, in quanto non lungimirante.
Povere donne. Povere noi. Non pensiamo. Cosa ci ha rese così remissive? La nostra mancanza di forza fisica? La facilità ad essere picchiate e penetrate? Cosa? Perché ci abbiamo ragionato su così poco? Perché non sappiamo far funzionare il cervello allo stesso modo di come usiamo le tette, il culo e quell’orrido buco fra le gambe?
Poveri uomini. Poveri loro. Perché non riscattano la loro sensibilità? Perché sono contenti di farsi dire che ragionano col pisello? Che sono bravi a badare a loro stessi almeno quanto lo è un bambino di otto mesi? Che sono patetici, ad ottant’anni, a farsi prendere per il culo e per le tasche da una puledrona di venticinque?
Donne e uomini dovrebbero smetterla di pensarsi innanzitutto come tali. Iniziare a pensare come comunità. E poi viene il resto. Ma avessimo trovato questa strada, il mondo sarebbe completamente differente.
Il mio commento al libro della Despentes è questo. Questo è ciò che pensavo prima di leggerlo, questo è ciò che penso dopo. Il suo linguaggio scabro è degno del tema, e mi sono permessa di riutilizzarlo. Il libro mi ha risollevata un po’ dalla mia rassegnazione, perché ho scoperto che non sono sola. Non sono sola a rivendicare il diritto ad essere donne autentiche che amano uomini autentici.
La Despentes mi piace, anche se sul libro un paio di appunti li avrei:
- Hanno messo una figura piacente in copertina… vabè
- Sono abbastanza d’accordo con quello che dice sul porno e sul sesso, ma una cosa che contesto alle femministe, se così le vogliamo chiamare, è proprio la quantità di spazio dedicato al sesso. Ma sti cazzi. Il concetto di sesso motore immobile di tutto il mondo visibile e invisibile deve essere superato. Non è la questione fondamentale, secondo me, delle differenze di genere.
Non è che non se ne debba parlare, anzi. Per secoli abbiamo taciuto, ma l’equazione donne = emissario del sesso è rimasta valida. Abbiamo parlato e continua ad essere valida. Forse dobbiamo parlarne ma dandoci meno peso. O forse non lo so. Mi vengono in mente mille auto-obiezioni. Affanculo il sesso. Semplicemente mi rompe il cazzo che sembra ogni volta che la femmina ribelle debba essere una puttana: l’icona del sesso. Una puttana è solo un tipo di donna, non necessariamente la donna autentica. L’onnipresenza del sesso mi ha rotto, la voglio smontare, distruggere, mangiarmela.
Qualsiasi cosa possa aggiungere sarebbe una ripetizione dei concetti contenuti nel libro. Andiamo d’accordo, io e lei. Siamo entrambe perfettamente coscienti di essere nella più completa merda. E’ già qualcosa.
E con questo, ciao, ragazze, e miglior cammino…

lunedì 22 febbraio 2010

Lèggere (ma non leggère) in febbraio - pt.1

Sono tre volte che provo a scrivere il resoconto delle letture del secondo mese del nuovo anno.
La prima ho fallito perché, a quanto pare, ho bisogno del libro da commentare qui, accanto a me, per ripescare tutti gli spunti avuti nel corso della lettura, per riacchiappare tutti i fili dei discorsi (sì, sarebbero "le fila"; ma ho pensato a me come novella Kurosaki Ichigo, che tra i mille bianchi fili delle anime riesce a trovare quello che gli serve; fili e righe tutto sommato hanno qualcosa in comune. Mi si perdoni il paragone molto pop). La seconda, perché queste sono cose che vanno fatte con calma, e tempo non ne ho mai. Almeno quello che serve a me. Ovvero una grossa, GROSSA quantità di tempo.

Torniamo su questo mondo, in particolare sulle circa 200 intense pagine di "Fenomenologia del Potere", alla fine delle quali mi sono potuta ritenere soddisfatta perché:
1) sono sempre più allenata a leggere e capire saggi. Un saggio di sociologia, dal nome così altisonante poi, non è proprio una lettura da ombrellone. Invece mi sono divertita e quasi per nulla annoiata.
2) è un ottimo saggio su cui ripensare. Ogni volta. Quasi sempre. Per cui, torna sempre a galla. E fa riflettere su qualsiasi stupidaggine ci troviamo a vivere.

Piccolo edit: quanto mi faccio schifo nelle introduzioni. Necessita di quel nonsoché di punta creativa che mi si allontana manco fossi un magnete al contrario. Questo è il motivo per il quale da liceale mi autonauseavo di sole analisi del testo nei compiti in classe.

More about Fenomenologia del potere Benché tutto sommato non dica "niente di nuovo", l'analisi è interessante. I primi quattro saggi si propongono di illustrare le principali forme di potere individuate dall'autore: il potere d'azione (violenza), il potere strumentale (minacce e promesse), il potere d'autorità, quello dell'agire tecnico.
Seguono poi un altro paio di trattazioni riguardanti la stabilizzazione del potere, la sua formazione e la sua istituzionalizzazione.
Tutti i saggi avrebbero bisogno di essere discussi, non tanto per presentare antitesi o obiezioni, quanto perché si tratta di temi costantemente attuali, ottimo terreno su cui costruire chiacchierate anche al di fuori della carta. Particolarmente affascinanti ai miei occhi, però, sono risultate la prima e la terza delle forme di potere analizzate, ovvero il potere di offendere e l'autorità.
Per quanto riguarda il primo, è interessante parlare di come il potere di offesa sia correlato all'eliminazione dei limiti, in particolare ai limiti dati dall'inibizione (ma è vero anche il contrario: l'agire offensivo non ha limiti nel senso che non può essere "delimitato" a particolari cause e quindi non si sa di cosa possa essere reazione; l'agire violento può essere del tutto arbitrario). Tuttavia un limite dell'agire violento può essere ritrovato nel potere di uccidere, in quanto atto violento completo. Non si può andare oltre, è la massima compiutezza del potere violento. Questo limite "del" potere (un limite fisico ed intrinseco) può trasformarsi in, o per meglio dire, altro non è che un limite "al" potere. Innanzitutto perché ogni uomo è suscettibile di essere oggetto di potere d'annientamento, anche il suo detentore, afferma Popitz. E poi perché, c'è poco da fare, il detentore del potere di uccidere non può andare oltre all'uccidere; e qui entrano in gioco figure come i martiri, che superano quel limite oltre al quale il detentore non può arrivare: il martire mette a nudo l'incompiutezza di questa azione estrema, in quanto, nella sua accettazione della morte, espropria la decisione dell'uccisione al detentore del potere.
È una serie di passaggi molto raffinata.
Un'altro punto interessante nell'analisi del potere violento, ancora correlato all'eliminazione dei limiti (in realtà, tutto il discorso sull'eliminazione dei limiti sarebbe assolutamente degno di menzione), è come quest'eliminazione porti, attraverso la mediazione della facoltà dell'immaginazione, alle conseguenze dell'esaltazione e dell'indifferenza. Mi soffermo su quest'ultima, e sulla principale riflessione ad esso associata, in qualche modo incatenata anche al potere di creare dati di fatto. La capacità immaginativa umana non è solo in grado di creare nemici, ma è anche la facoltà di estraniarsi e rendere più facili azioni tenute normalmente sotto controllo da freni inibitori. Quindi poche cose più dell'indifferenza sono utili per l'agire violento. Con il progresso tecnico delle armi, lo sforzo immaginativo di estraniamento risulta sempre meno gravoso: adesso, afferma Popitz, "il nemico è un nulla [...] il nesso tra l'azione e le sue conseguenze diventa meno visibile e riconoscibile". E così basta premere un bottone per causare distruzione, e così uccidere è un gesto automatico, e così provocare il male è più facile del bere un bicchier d'acqua. Non c'è quasi nemmeno più bisogno della capacità di essere senza scrupoli. A seguito di queste affermazioni, c'è tutto un bel discorso sulla reciprocità e sull'impedimento del progresso tecnico nel campo degli armamenti.

"Tutto quanto detto si basa sulla supposizione che possa esser compresa sempre meglio la comunanza degli interessi vitali, che si possa cioè riconoscere che ormai la sicurezza può essere raggiunta solo come sicurezza nella reciprocità; che impedire innovazioni nel campo della tecnica delle armi dovrebbe essere un fine comune; che tutti gli interessati dovrebbero rinunciare a conferire al conflitto atomico una consacrazione superiore. Se si può pensare di raggiungere tutto ciò, anche la speranza che possa realizzarsi un ulteriore presupposto, forse quello decisivo, per la formazione dela fiducia non è vana: la speranza che potremmo imparare a tener presente il pericolo corso dalle vite umane al di qua e al di là dei confini come un tutto unico. Lo sterminio fulmineo con la violenza atomica, chiunque colpisca, è una catastrofe universale. Porta nel mondo un nuovo modo di uccidere e di essere uccisi che fa cadere tutti in una nuova situazione di pericolo. La convinzione emotiva che sia così forse aiuta a superare i limiti della nostra capacità di sbigottimento. Ciò che si augura non è l'uomo buono, ma una nuova forza della nostra capacità di immaginazione."

Bello (soprattutto nell'ultima frase) non tanto per i contenuti, quanto per gli ulteriori spunti di riflessione. Per carità, con tutto il cuore io me lo auspico, ma vedo difficilissimo un progresso tecnologico civile svincolato da quello militare, perlomeno nella società in cui mi ritrovo a vivere. Mi torna in mente il mio stimato prof. Marras e il Galileo di Brecht che amava tanto citare:

"Se gli uomini di scienza non reagiscono all' intimidazione dei potenti egoisti e si limitano ad accumulare sapere per sapere, la scienza può rimanere fiaccata per sempre, ed ogni nuova macchina non sarà fonte che di nuovi triboli per l' uomo.
E quando, coll' andar del tempo, avrete scoperto tutto lo scopribile, il vostro progresso non sarà che un progressivo allontanamento dall' umanità.
Tra voi e l' umanità può scavarsi un abisso così grande, che ad ogni vostro eureka rischierebbe di rispondere un grido di dolore universale [...] Così stando le cose, il massimo in cui si può sperare è una progenie di gnomi inventivi, pronti a farsi assoldare per qualsiasi scopo."

Bello per gli spunti politici, bello come punto di partenza, bello perché tanto altro potrebbe essere citato, bello perché chissà se davvero c'è un modo di risolvere il problema. Bello perché il discorso può tornare sull'argomento della coercizione, sulla fondazione dell'ordine, di un nuovo ordine, insomma, bello perché chissà di quanto altro si può parlare partendo da qui.

La trattazione dell'autorità è assolutamente da leggere, sia perché mi risulta difficile ricostruire la rete di tutto il discorso delle soggettività sociali e dei vincoli di autorità, sia perché è nella sua interezza che è degno di nota. Non voglio dilungarmi (verrebbe un discorso elefantiaco), solo accenno a quanto l'autorità, in quanto forza "influente", non necessariamente coercitiva, sia legata al riconoscimento sociale, in tutti i sensi: necessità del riconoscimento, dell'approvazione di azioni, comportamenti ecc. di chi subisce il potere da parte dell'autorità, ma anche necessità di riconoscimento (legittimazione della propria autorità) del detentore dell'autorità. Questo duplice rapporto è sempre presente in ogni forma di potere, ma a mio avviso è in questa che si fa più sottile ed essenziale. L'autorità "ha un'aura" invisibile, delicata da tenere in piedi.

Vorrei spendere qualche parola in più anche sulla minaccia, ma sarebbe un po' fine a se stesso. Come ho avuto già modo di spiegare, questo è un libro di interazione, di cui parlare, da utilizzare come fondamenta per analisi in cui però sarebbe utile l'intervento dell'altro per formulare discorsi compiuti.
Ringrazio chi me l'ha consigliato anche se ho avuto già modo di farlo, e a mia volta lo consiglio.




giovedì 28 gennaio 2010

Bausani e il suo invito all'Islam

Dopo vari intermezzi da N.P., e un mancato commento a caldo di "Confessioni di una Maschera", (non inaspettatamente) capolavoro di Mishima, il mio cervellino ha iniziato a ribollire di nuovi fermenti e curiosità e domande. Tutto è partito da futili attività quali il videogiocare, ma poi, si sa, da cosa nasce cosa, e fortunatamente la biblioteca comunale è ottimo fertilizzante per la mia curiosità. Bei titoli, ben fornita; in particolare per il discorso Islam, almeno partendo dalle basi, i titoli, pur non superando la decina, sono di quelli che val la pena leggere.
More about L'IslamFra questi vi è "L'Islam" di Bausani (islamista, ordinario di lingua e letteratura persiana all'università di Napoli, traduttore del Corano e autore e traduttore di diverse altre opere) non eccessivamente particolareggiato, ma completo ed esaustivo per una neofita del tema come me, e maneggevole e di lettura piacevole.
Si tratta di uno dei saggi che in assoluto quindi ho impiegato di meno a leggere, nonostante le mie lacune. Il libro si articola in quattro principali "capitoli": nel primo sono esposti i fondamenti dell'Islam ortodosso, fissando come punto di riferimento l'opera di sistematizzazione messa a punto da Al Ghazali, introducendo al contempo, laddove siano offerte le occasioni, concetti appartenenti a influssi e dottrine più o meno eterodossi. Dopo un'affascinante introduzione al sufismo, poi, ampio spazio è dedicato alle comunità non sunnite, in particolarità alla si'a; spazio a mio avviso meritatissimo in quanto la scuola sciita, in particolare la corrente ismailita, è ciò che dell'Islam più del resto solletica il mio interesse (non nego che poi gli Ismailiti, con la setta Nizarita, rappresenti un campo affascinante e suggestivo, una rete in cui sono inevitabilmente caduta anch'io e con molto piacere; tuttavia ho scoperto di nutrire predilezione per la dottrina sciita in toto, nonché per la mistica sufi -egualmente suggestiva-).
Successivamente l'Islam viene trattato nel suo sviluppo storico, ricostruendo per sommi capi la vita di Muhammed, l'interessantissimo rapporto dell'Islam con le religioni preislamiche e i loro riti, l'evoluzione della religione attraverso i suoi personaggi illustri. Infine, l'ultimo capitolo è dedicato all'Islam moderno, con i suoi sviluppi e le sue possibilità. Ciò che però merita a mio avviso menzione è l'ottima bibliografia, tutt'altro che uno sterile elenco di titoli e nomi, piuttosto un itinerario, un "cammino pedagogico" (così è definito dall'autore dell'appendice, Stefano Allevi) di estrema utilità per l'approfondimento, discorsivo e suddiviso in argomenti.

Insomma, il libro, nelle sue scarse 230 pagine, è ottimo: nonostante l'ampiezza e la difficoltà del tema trattato, l'autore riesce egregiamente a "compattarlo", fornendo le linee guida per l'approfondimento. Ho molto gradito la stesura partecipe, l'interesse nel condividere l'argomento con i lettori: stimolante.
Merita di essere riletto, merita anche di essere acquistato... unica pecca: la mancanza di un glossario almeno delle parole chiave dell'Islam (eddai, ce l'hanno persino i libri della Yoshimoto).
Nel complesso, voti altissimi. E fiducia in altre pubblicazioni dello stesso autore.
Intanto, provo ad affacciarmi un po' di più alla finestra che dà verso questo mondo tanto temuto e tanto ignorato da molti occidentali con la lettura del Corano (in biblioteca c'è l'edizione dell' Unione delle Comunità e delle Organizzazioni Islamiche in Italia, con tanto di note a margine, la cosa mi ha fatto piacere).

E poi, al contempo, sperando di farcela, l'interessantissima "Fenomenologia del Potere" di Popitz, ché sto fremendo di leggere ste 200 pagine.