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lunedì 26 novembre 2012

Mi rileggo...

...e mi dico "ma non è possibile, ho lasciato troppi discorsi a metà!". Sia sul blog che librescamente parlando.  E' vero, l'incompiutezza è un po' un mio marchio, però voglio crederci, che si possa guarire, e oggi un paio di lacune bloggistiche mi ci metto e voglio colmarle. 
Iniziamo innanzitutto da lui:

Un cantico per Leibowitz
cui avevo già accennato. Fra i romanzi post-apocalittici del percorso a tema, mi ha colpita molto in positivo. Uno dei migliori, anche da rileggere. Si tratta, mi sembra di averlo già scritto, di tre racconti lunghi in sequenza temporale distanziati fra loro di diversi secoli. 
Nel primo il protagonista è un giovane novizio che, nel suo duro esilio di penitenza, preparatorio per diventare monaco, scopre -per caso?- l'entrata di uno di quei vecchi rifugi antiatomici, costruiti per proteggersi dal terribile Diluvio di Fiamma. Non sarà, forse, il rifugio dell'ingegner Leibowitz, beato in attesa di canonizzazione?
Il gran merito di Leibowitz, a cui l'ordine del monastero attorno il quale è incentrato il romanzo è devoto, è stato quello di difendere, a costo della sua stessa vita, il patrimonio culturale dell'umanità, nascondendo libri, accantonando scritti, sollevando con coraggio una strenua opposizione contro la barbarie della Grande Semplificazione. Un olocausto di sapere, con pire di libri e di coloro che si offrivano di salvarli, poiché ritenuti loro, il progresso e la conoscenza, i responsabili della catastrofe che per poco non annientò l'umanità.
Leibowitz fonda l'ordine Albertiniano di Ricercatori e Memorizzatori di Libri, che dunque per secoli, con dedizione e sacrificio, e pazienza certosina (è il caso di dirlo), ha copiato, miniato e rinnovato il sapere di un tempo, perdendo però di vista il suo significato, poiché nessuno è ormai in grado di decifrare formule, scritti, diagrammi. 
Durante i brevi romanzi l'umanità ripercorre strade familiari, dai secoli bui alla timida aurora di una nuova conoscenza tecnica, terminando in una società in cui uomini e mutanti convivono, e la scienza, rinata laica  ma grazie agli sforzi dei devoti Albertiniani, è ormai pienamente sbocciata, ridando i suoi frutti: elaboratori, energia elettrica, automobili e... guerra nucleare.
Un romanzo complesso, in cui temi sempre attuali si incontrano, tra cui l'annoso dialogo dal Galileo di Brecht che anni fa già accennavo ma che qui ancora si ripropone:

Non credo che la scienza possa proporsi altro scopo che quello di alleviare la fatica dell'esistenza umana. Se gli uomini di scienza non reagiscono all'intimidazione dei potenti egoisti e si limitano ad accumulare sapere per sapere, la scienza può rimanere fiaccata per sempre, ed ogni nuova macchina non sarà che fonte di nuovi triboli per l'uomo. E quando, coll'andar del tempo, avrete scoperto tutto lo scopribile, il vostro progresso non sarà che un progressivo allontanamento dall'umanità. 

Può la scienza porsi dei limiti morali? A mio avviso no, una scoperta scientifica è praticamente per definizione qualcosa di assolutamente neutro, il cui pratico utilizzo potrà apportare (il più delle volte) benefici che che uguaglino le potenziali applicazioni negative, poste entrambe sui piatti di una bilancia. Ma come evitare di trasformarsi nella progenie di gnomi inventivi? Come non asservirsi e non piegarsi all'intimidazione dei potenti egoisti?
Insomma, un libro che con la scusa dell'apocalisse nucleare ci parla di religione, filosofia, riflessione storica, specie nei dialoghi fra il Thon Taddeo, rappresentante di una rivendicazione della conoscenza laica, libera, condivisa, e l'Abate Dom Paulo, impossibile da riassumere in poche righe. Molto raffinato.
Da comprare in cartaceo e aggiungere ai Memorabilia!

Un commento meno raffinato richiederebbe che dicessi che è davvero un libro coi controcoglioni, al contrario di quei due che ho letto dopo e che ho già citato (dai, poverino, quello di Wyndam non era così brutto, solo... un po' grezzo, ecco), e Addio Babilonia, che all'inizio pensavo mi risollevasse la media di queste ultime letture tematiche, e invece ha ancora deluso le mie speranze. Il mio anobiiano commento è abbastanza esaustivo, ed essendo un libro che non merita più di tante righe, né di essere ricordato se non per il fatto che è abbastanza insulso (per non rileggerlo, insomma), non aggiungerò altro.

Si lascia leggere, se non altro perché mostra le strategie di sopravvivenza in una comunità in grado di arrangiarsi giorno per giorno e sopravvivere alla catastrofe che ha colpito il loro paese. Uno sguardo un po' più ottimista, insomma, non solo sul durante, ma anche sull'immediato dopobomba, che in altri libri di questo filone mi sembra di non aver trovato. I suoi personaggi, che, è vero, sono stati abbastanza fortunati a trovarsi a vivere in una zona quasi incontaminata, non si sono lasciati trascinare dalla barbarie di un mondo alla deriva, cercando di mantenere intatti i residui della loro "civiltà", della fiducia e dell'aiuto reciproci, dando valore alla cooperazione ed anzi aggrappandovisi come ancora di salvezza. Però diamine. Dai in mano un fucile a un ragazzino di 10 anni, intanto una ragazzina di 11 ti pesca persici grossi quanto un braccio e lasci che venga sculacciata, spedita in camera sua e fai in modo che non le venga più permesso di toccare la barca. Intanto il persico però te lo sbafi. Le uscite sessiste sono mica poche ("sei una buona proprietà", dice Randy alla futura moglie O.O era ironia da due soldi, voglio sperare)... Ma muori gonfio! I libri così mi hanno veramente scocciata, e non mi interessa che fossero scritti negli anni '50, che siano specchi della società e blablabla, se uno vuole fare il salto di qualità lo fa, a prescindere dalle idiozie che gli vengono propinate intorno. Come mi ha scocciato il patriottismo americano. E basta! Non saprei valutarlo, non è un libro brutto ma nemmeno bello (con una punta di malvagità oserei definirlo un po' insulso), boh. 
Voto finale: scrollata di spalle e faccia poco convinta. 

Di altre cose che ho lasciato sospese:
Cantico per Leibowitz a parte. Comincio dal principio, ovvero dai lontanissimi inizi del blog.

2009 A parte il libro di Emily the Strange, non ho letto più niente di quello che mi ero appuntata, eccezion fatta per Razza Padana che è stato abbastanza formativo. Medea, Cassandra, storia dell'arte giapponese... un par de palle, ecco.  Consideriamoli discorsi chiusi, o meglio, archiviati in maniera indeterminata. Vabbè, però stanno là, quando voglio me li prendo, giusto? Giusto. 

2010 Sulle cose religiose, sull'Islam e tutto il resto: seee, ce stavi a crede, vero? Niet. 
Ma su, ma che ci frega di una cosa, chiamasi religione, che è sempre solo servita a far ammazzare gente? 
Valore antropologico, sì è vero è interessante, a parte tutto, appunto perché è così legata coi sistemi di potere, però il discorso è troppo complicato e va preso proprio da dietro. I Sufi manco a parlarne...ma se già nel Cantico, nei pezzi più filosofici stringevo gli occhi, "aspetta, che stai a dì? Fammi rileggere" x4, x5 volte. Mi stai dicendo che, sul serio, hai pensato di leggerti un libro sui dotti mistici islamici? 
Ok, l'hai fatto, ok, ancora ti alletta l'idea, ma poi vediamo, ok? Poi non dire che non ti avevo avvertita. Timbro: archiviato indeterminato.
Intanto però in una bancarella (anni fa) ho comprato una monografia sugli Assassini che non è male e quella invece me la voglio leggere davvero. Prima o poi (timbro AI, ma un po' più determinato)
Sarebbe da scrivere un'apologia di Dawkins che qui non ho neppure nominato, ma ho conosciuto leggendo "L'illusione di Dio" e ha risvegliato il mio orgoglio ateo. Però se rileggo quel libro mi avveleno con la cretinaggine di certi suoi oppositori (creazionisti in special modo, e tutta quella gentaglia assimilabile a quei minchioni del Popolo della Vita qui in Italia, da far accapponare la pelle), ragion per cui non lo farò.
Incredibile, ho persino letto alcuni titoli che mi autoproponevo qui, questo non me lo aspettavo. I popoli Arabi non l'ho letto, Chomsky ci ho provato ma sono una sega e poi ho smesso, quello di Gallino sì, Deus Irae sì.
[Nota: per i libri di casa nel mio scaffale personale, il timbro AI va inteso in maniera un po' meno nebulosa di quelli che non sono a casa, nel senso che probabilmente nei prossimi 5 anni quei libri verranno letti, mentre quelli di biblioteca probabilmente *ehr* non verranno letti mai]
Postpunk delle biblioteca non riesco a leggerlo (vai a capire perché), in inglese nemmeno (il perché invece qui è piuttosto ovvio), Vonnegut sì, tutto il resto proprio no. *Timbro Archiviati Indeterminati*
Di questi non ne ho letto nemmeno uno (lol - *timbro AI*) a parte quelli di Steinbeck di cui il primo è gradevole come tutti i suoi che ho letto; il secondo, Uomini è Topi, è un CAPOLAVORO di incommensurabile lirismo. Ho visto gente su Anobii, persino con ottime librerie, affibbiargli una o due stelline... ma dico, ma ce l'avete un cuore, voi?!?!  Sciocchi insensibili!

Fumetti: mah, ho provato un sacco di porcate. Belli Kuragehime e Sei il mio cucciolo! (nonostante il titolo), a parer mio un po' somiglianti, se non nella trama, almeno in qualche modo nell'intreccio amoroso. C'è qualcosa che li accomuna, ecco. Ne parlerò a parte (oh no, sto lasciando cose in sospeso! Ancora! Non finirà mai). Facciamo che sui fumetti ci faccio un post a parte che sennò metto troppa carne al fuoco -maddai?- .

Pirati: si ricomincia nel 2013 con la sfida piratesca! Ahrr!

Omeopatia, cazzate scientifiche e debunking: lasciamo perdere, va. Ho letto un bel libro sul tema e merita una scheduccia a parte. Carne al fuoco.

2011 Le femmine: credo di non avere più nulla da dire, a parte la parentesi sugli anni 50.

La conclusione di tutto questo è che i libri fanno scorrere il tempo troppo in fretta.







venerdì 5 ottobre 2012

Stuck in a book più due parole sul supporto digitale

L'Ombra dello Scorpione è finito. E' stato terminato stanotte, fra il 3 e il 4 di ottobre, con una tazza di latte, cacao e biscotti mangiati compulsivamente per l'ansia di vedere come andasse a finire. 
E, diamine, nonostante i periodi di stagnazione in cui il libro sembrava non finire più -quanto odiavo, ad esempio, i pezzi in cui si parlava di Pattumiera!- , nonostante le critiche che gli ho mosso, bè... ci sono stata dentro un casino. Ho una sbronza libresca da fare paura. Come ne esco?! Ho i personaggi che mi ronzano ancora in testa vivissimi, a prescindere da ciò che succeda loro nelle vicende del libro: ho ancora Stu Redman che zoppica verso Boulder, Kojac che annusa nella neve, Tom Cullen che, cavoli, sì! Larry Underwood che guarda l'orizzonte oppresso dai rimorsi di coscienza, Nick Andros (mi è piaciuto molto) che comunica attraverso il suo blocco note, Randall Flagg ghignante dietro lo sguardo fisso di un corvo, Pattume, tremenda e imprevedibile forza del caos, che barcolla ustionato dalla sua follia piromane. 
Ho idea che il libro sia stato creato a regola d'arte per creare quest'effetto, l'affezione ai personaggi, magari usando dei cliché, scene pre-finale piuttosto cinematografiche, però è pur vero che bisogna esserne capaci. 
Alcune scene sono di tensione pura, e dopo questo assaggio ammetto che avrei paura a prendere in mano un libro di King veramente horror.
Plauso al finale semplice ma perfetto per merito dell'epilogo ne "Il circolo si chiude". 
Che dire? Bravo King. Alla fine mi sei piaciuto e il romanzo si merita le cinque stelline. 

Come farò a superare questa sbornia?!? Tiratemi fuori di qui! O forse no? Ma dovrò pur uscirne in qualche modo.

Ho comprato La Peste Scarlatta, il primo ebook acquistato da Amazon, e ho già cambiato le carte in tavola, sarà la mia prossima lettura. Ammesso che riesca a traslocare dal precedente libro. Prima o poi.

Visto che siamo entrati nel discorso ebook, ultimamente mi è capitato che la varie persone mi chiedessero, in maniera diretta per strada, indiretta tramite forum et similia, informazioni sugli e-reader: se sono maneggevoli, se si risparmia, se ne valga la pena e la spesa dell'acquisto.
La risposta? Sì, sì e sì.
L'opposizione degli amanti del cartaceo è strenua e dura a morire, ed anche abbastanza seccante, poiché l'errore in cui si incappa spesso è quello di definirsi amanti dei libri mediante l'attaccamento all'oggetto libro. Il feticista  dei libri non è necessariamente un grande e accanito lettore, e spesso è un lettore che se la tira, che mette il possesso del libro fisico innanzi tutto dimenticando (o ignorando) che uno degli aspetti più affascinanti del mondo di carta è la sua potenzialità di condivisione. E la condivisione digitale è più labile, vero, ma più capillare. Il feticista del libro si concentra sulla sua fisicità in questo mondo, in quello della realtà che lo circonda, in tutto ciò che è esteriore al libro, insomma, al volume, alla sua tridimensionalità, all'odore che emana: tutti aspetti che, una volta iniziata la lettura, si perdono, si dimenticano, sono assolutamente contingenti. Un libro è la proiezione di se stessi al suo interno, leggere un libro è entrare in un mondo, ed un volume è solo un portale, una soglia, poco importa che questo ingresso sia un po' sbiadito, puzzolente di muffa, odoroso di fresca stampa, dall'aspetto nostalgico oppure futuristico: dal momento in cui inizierà la mia lettura, la soglia verrà varcata e sarà lasciata alle mie spalle, e se un libro vale la pena di essere letto nemmeno mi sfiorerà l'idea di voltarmi per dare una nuova occhiata a quella soglia.
Sia chiaro che la mia non è una crociata contro il libro cartaceo, anzi. Trovo che un lettore serio riesca a usare con sincretismo tutti i supporti per poter leggere in maniera agevole in ogni occasione. Uno dei più grandi vantaggi del lettore e-book si può apprezzare in viaggio, quando in pochi grammi e centimetri è possibile avere l'imbarazzo della scelta di ogni tipo di lettura. Senza finire in viaggio dall'altra parte del mondo, il quotidiano spostamento del pendolare trae non poco giovamento dalla maneggevolezza di un e-reader, specie quando si tratta di letture di una certa mole. 
Ogni strumento può fornire un elemento in più, e non è vero che una biblioteca sopperisce al problema del risparmio di spazio casalingo dedicato ai libri e di denaro speso quanto può farlo un e-reader. Né tantomeno lo fanno i libri usati. Rovistare fra le bancarelle e gli scaffali polverosi di una libreria di usato (ma dove sono ormai?) è sempre un'esperienza molto piacevole, ed è possibile scovare, in quelle occasioni, delle vere perle rare a prezzi irrisori. Ma, oltre al fatto che la questione portabilità rimane aperta, non tutto ciò che si trova in cartaceo è presente in digitale, come non tutto che si trova in digitale può essere reperito cartaceo. 
E poi, diciamo la verità: non tutti i libri meritano di essere comprati. Non tutti sono degni di affollare una libreria personale, anzi i più meritano di essere scartati, se non altro perché una collezione è diversa da un mucchio di roba accatastata, e la selezione è un momento importante per costruire il proprio scaffale e poi compiacersene. Tuttora mi pento di aver acquistato alcuni libri che stanno lì, occupano spazio, frutto di scelte non oculate, quando al loro posto potrebbero essercene altri molto più interessanti. La lettura in e-book, poi, al pari di quella in biblioteca, non esclude l'acquisto, ma lo rende migliore, più selettivo, ancora più personale, ogni libro diventa circondato da un'aura quasi di sacralità. È lì che l'oggetto-libro diventa speciale, perché è legato a me, che l'ho scelto con cura, da un filo invisibile, è lì non solo perché è scoccata una scintilla irrazionale, ma perché deve meritarselo, perché quasi sicuramente sarà degno di una rilettura, di una consultazione, di una citazione, di una sottolineatura (sacrilegio! Dissero i feticisti del libro, eppure non ne dovrebbero apprezzare la fisicità? O è solo una scusa per nascondere una mania?)  
E il lettore e-book aiuta a rendere così speciale il rapporto fra il lettore e l'oggetto di carta. 
Di conseguenza, sono convinta che i timori degli accaniti bibliofili di una rivoluzione digitale in cui mucchi di pixel andranno a soppiantare definitivamente le versioni cartacee siano infondati. Magari i libri stampati diminuiranno, magari ci saranno molti più scrittori ed aspiranti in grado di bypassare le grandi case editrici e vendere come freelance i loro lavori, ed io lettrice sarò ben felice di finanziarli in maniera più diretta. Magari aumenterà ancora di più il divario fra le classifiche dei libri più venduti in libreria -il classico caso editoriale- e quelli più letti e apprezzati, nonché quelli dal maggior valore letterario, ma ormai è così da anni.
Fondamentalisti della carta, tutte scuse per mascherare la venalità!

martedì 2 ottobre 2012

Profezie d'Apocalisse



Strano, ma la rilettura dickiana va avanti, d'altronde ci sarà un motivo se Dick è il mio scrittore preferito. Assieme a qualche lettura di stacco, estiva e non. Non mi dilungo su di esse, non ho colto l'occasione di farlo a mente fresca ed è difficile adesso ripercorrere le pagine già sfogliate mesi fa.

Una pietra miliare della mia carriera di lettrice è stata eretta quando ad aprile ho terminato i tre libri della Fondazione di Asimov, sentendomene piuttosto soddisfatta. Non ho mai provato grande attrazione verso Asimov, nonostante i temi fantascientifici siano fra i miei favoriti. Non so perché, forse mi intimorisce la mole della sua prolifica produzione. Approfittando però di una lettura collettiva di Altrove ho iniziato dalla sua trilogia. 


Non sono proprio entusiasmata dall'opera, francamente. E' senza dubbio godibile e ben studiata, ma i tempi sono troppo lunghi, è impossibile affezionarsi ai personaggi (ma, nonostante tutto, a qualcuno mi sono legata pur sapendo che sarebbe stata una meteora). Le vicende si susseguono su un piano molto politico, il che, per i miei gusti, rende la lettura fredda come un frigorifero. La vicenda del Mulo è stata la più avvincente e ho notato con piacere qualche parallelismo di questo personaggio con il protagonista del dickiano Cronache del Dopobomba.



Le letture di questi ultimi due mesi si incentrano su un unico tema. Si tratta della Sfida Apocalittica: l'obiettivo è quello di leggere un minimo (personale) di 12 libri a contenuto apocalittico, in preparazione all'Armageddon del 12 dicembre 2012, entro questa data, scegliendo i titoli in una consistente rosa di libri proposti.
Ho iniziato in sordina con La Nube Purpurea, di Matthew Phipps Shiel
More about La nube purpurea 
romanzo del primo novecento che risente abbastanza del suo secolo di età, della demarcazione di un confine piuttosto netto fra bene e male con simbologie appartenenti a questa o all'altra sponda della ragione talvolta seccante e un finale da deus ex machina abbastanza insensato. Tuttavia è un libro che mi è piaciuto molto e penso mi rimarrà in mente per molto tempo. Lo scenario è descritto in maniera vivida, la narrazione è in prima persona e molto intimista, barocca, se vogliamo, così ricca di orpelli, ma una che come me ha adorato la follia piromane del protagonista del Padiglione d'Oro,per quanto si tratti di due libri completamente diversi, non può non aver apprezzato i deliri di solitudine e la sua manifestazione incendiaria del novello Adamo di Shiel. Scorrendo i commenti di altri lettori su Anobii, molti non si sono saputi spiegare il suo comportamento insensato, che però a me pare perfettamente logico, nella sua follia.Cosa ci si aspetta da un uomo rimasto solo al mondo, circondato solo dalla morte e per di più un uomo che si sente manovrato da forze sovrannaturali, immense ed incontrastabili, molto più potenti di lui? Nella parte iniziale il misticismo aleggia attorno ai poteri bianchi e neri di cui egli stesso parla e si crea un'atmosfera un po' di Lovecraftiana memoria, che purtroppo nel corso del romanzo si perde. 
In conclusione si tratta di un libro prolisso e a tratti anche noioso, con molte incongruenze, fissazioni bibliche e un finale arrabattato, ma ben caratterizzato. Nonostante i suoi punti deboli, mi è piaciuto e mi ha colpita. Ho persino sognato un'apocalisse moderna con questa nube purpurea aleggiante nell'aria a distanza di qualche mese dalla lettura.


 Anni senza fine // Oltre l'invisibile // Camminavano come noi

E' stata poi la volta di Clifford Simak, con una fantascienza più recente. Di questa raccolta mi interessava, ai fini del percorso apocalittico, solo il primo romanzo, Anni senza fine, con una costruzione di una società abbastanza originale dominata dai cani che hanno preso il posto dell'uomo nel "dominio" del pianeta, anche se non è proprio corretto descriverla in questo modo. Ciò che mi ha colpita è la sfiducia profonda dello scrittore nei confronti della razza umana, incapace di elevarsi al di sopra della propria avidità e violenza nonostante ciò che di buono possa nascondere nel suo animo. Come se la "cattiveria" umana fosse qualcosa di assolutamente naturale, una legge imprescindibile a cui rassegnarsi. Abbiamo fatto di tutto per affidare i nostri tesori migliori ai cani, consegnando loro il testimone, istruendoli su ciò che di logico abbiamo costruito per poter fondare una società accanto ai quali coesistono robot in grado di sopperire alle lacune tecniche e logiche di cui mancano i nostri successori, ma a quanto pare, a livello civile, percettivo ed emotivo, i cani se la caveranno molto meglio di noi.
Non condivido granché questo pessimismo così profondo, ma il romanzo è godibile ed originale. 
Per contro mi è piaciuto fino ad esaltarmi il secondo romanzo, Oltre l'invisibile. Non si tratta di un libro a tema apocalittico, il filone è anzi quello dei viaggi nel tempo, e sicuramente è pieno di tanti di quei paradossi che io non riesco nemmeno ad immaginare -anche perché, intendiamoci, personalmente non sono mai stata brava a scovare i paradossi temporali: per me va tutto bene finché qualcuno non mi fa notare incongruenze anche elefantiache- ma anche in questo caso è un romanzo incentrato sulle percezioni ed emozioni del protagonista, Asher Sutton, che si susseguono nella narrazione nella quale il personaggio cresce ed assume sempre più consapevolezza di se stesso. Asher non è un uomo, in realtà: è l'unico a tornare indietro da una spedizione su 61 Cygni, dopo che la sua navicella si è schiantata contro la stella, uccidendolo nell'impatto. I viaggi nel tempo rendono la narrazione poco lineare e per questo anche difficilmente imprimibile nella memoria; la missione di Sutton è quella di consegnare all'umanità un grande dono di cui fazioni avversarie vogliono impadronirsi. Quello che mi ha però più colpita è il delineamento del personaggio di Asher Sutton, il suo spessore morale; egli ha travalicato l'umanità grazie al suo viaggio ed è diventato uber, un oltreuomo, un eroe braccato dai nemici dei grandi valori dell'uguaglianza, della dignità e del rispetto di ogni forma di vita, anche quella di un robot. Il rivoluzionario libro di Sutton insegnerebbe all'umanità a mettere da parte il proprio cieco orgoglio che fa sì che si consideri padrona dell'universo, subordinando a se stessa androidi, alieni, ogni altro essere. E così Sutton è braccato, affinché la società non possa essere cambiata, immobile nella sua ottusa determinazione allo sfruttamento di ogni cosa, persino l'altrui vita. I revisionisti non accettano alcuna rivelazione e tentano in più modi di uccidere Sutton, non coscienti di chi Sutton è realmente diventato. I pensieri del protagonista sono tormentati circa la sua missione e il modo in cui sarebbe meglio muoversi per compierla, e il tortuoso snodarsi degli eventi rispecchia i suoi affanni interiori. Sutton è un personaggio di cui mi sono innamorata, uno di quelli che entra nel gran Pantheon dei personaggi libreschi che non ti scrollerai mai di dosso, quelli che vorresti facessero parte di te e diventino un po' te perché hanno avuto qualcosa da insegnarti. Anche qui Simak non lascia trasparire una grande fiducia nel genere umano, è vero, ma il finale è un po' più rassicurante e speranzoso rispetto ad Anni senza fine, anche se in maniera piuttosto timida. Più che Sutton è probabilmente stato uno stimabile uomo lo scrittore che ha costruito questa figura così elevata. In effetti le sue sono opera di denuncia e critica contro guerre ed ogni forma di discriminazione, persino specista. Simak era un tipo in gamba con cui probabilmente sarei andata d'accordo. Mi piace.




   Cronache del dopobomba // Deus Irae

Anche Dick annovera produzioni post-apocalittiche, di cui una scritta a quattro mani con Roger Zelazny. In merito a Deus Irae ero particolarmente curiosa, poiché Zelazny mi aveva già fatto un'ottima impressione con le Cronache di Ambra, quindi chissà con una collaborazione del genere cosa ne sarebbe venuto fuori. 

Bè, in realtà una roba proprio strana. Un pout-pourri teologico bislacco, con una personificazione del male chiamata Lufteufel che è pure la manifestazione umana del Dio dell'Ira, contrapposto alla vecchia dottrina del Dio cristiano che mantiene intatta la sua speranza, la fede nel perdono, il sacrificio per la salvezza dell'umanità. Uno dei personaggi principali, il pittore focomelico Tibor McMasters, è costruito sulla falsariga di Hoppy Harrington di Cronache del Dopobomba. Insomma, su Deus Irae non ho molto da dire: in verità non so se non l'ho capito o se è una gran cagata. Forse sto iniziando a comprendere il finale, che però è stata la parte peggiore della lettura. Il libro è intriso di dualismo manicheo, facilmente deducibile dal fatto che esistono queste due fazioni così contrapposte, e i personaggi si perdono in elucubrazioni teologiche e filosofiche difficili. Gli eventi sono pressapoco i seguenti: in uno scenario post bombe nucleari in cui gli uomini vivono in piccole comunità e dividono il mondo con altre strane creature, la chiesa del Dio dell'Ira (chiamasi SCROFA, da pronunciare con spelling, grazie) incarica il suo artista McMasters di dipingere la cappella della chiesa della nuova religione possibilmente catturando la vera essenza della manifestazione divina in terra, Carleton Lufteufel, responsabile del lancio delle bombe che hanno ridotto il mondo ad un cumulo di macerie e radiazioni e pochi sparuti esseri viventi. Per raggiungere lo scopo l'inc(ompleto) parte per il suo sacro pell(egrinaggio) a bordo del suo carro con mucca, versione sfigata della Focomobile indipendente in possesso del più tecnologico Hoppy. Spaventato dall'idea del viaggio, McMasters pensa di convertirsi al cristianesimo, e vengono quindi presentati i personaggi della fazione cristiana. Ci ripensa e parte. Arriva a Lufteufel, ma... aspetta. Arriva a Lufteufel, davvero? Bè, lui pensa proprio di sì, il lettore sa la verità ma gli rimane comunque un gran senso di incompiuto a fine lettura. Soprattutto sul finale, molto alla "e quindi?". Lo sfondo è interessante, con tutte quelle creature frutto delle radiazioni e di tecnologia rivoltatasi contro i suoi stessi creatori: macchine riparatrici molto suscettibili, rotte ma orgogliose, computer affamati, rettili amichevoli ed insetti gradassi. Però è un libro difficile su cui tirare le somme, credo di essermi persa qualcosa per strada.




Cronache del dopobomba è invece più fruibile e forse uno dei migliori che abbia letto della produzione dickiana. Ho già parlato di quanto Hoppy mi ricordi il Mulo di Asimov: un personaggio deriso per e dalla sua fisicità, dalle sue menomazioni, fragile esternamente e con un'enorme voglia di riscatto che sfoga cercando di porre sotto il suo controllo dapprima l'intera comunità, poi il mondo intero. Certo, il fokky di Dick non costruisce un impero galattico, ma è ad un passo dallo spazzar via quel lume di speranza rappresentato da Dangerfield nel suo satellite orbitante, uno dei pochi elementi che garantisce coesione sociale ai gruppi organizzati di esseri umani dopo la catastrofe. Con lo scopo si sostituirsi a lui ed ottenere il rispetto e la considerazione che ha sempre desiderato, anche attraverso l'intimidazione. Il tutto sfruttando i suoi poteri psichici, la compensazione alle sue limitazioni fisiche, in grado persino di uccidere, altro elemento che lo lega e lo accomuna al personaggio del Mulo. 
Il Fokky è quindi senza dubbio il personaggio più interessante, ma sono tutti abbastanza ben delineati, tutti sull'orlo di crisi nervose, tutti a loro modo tormentati ed alcuni indiscutibilmente fuori di melone, come Bruno Blutgeld, che però... ha parecchie sorprese da riservare. 




Il popolo dell'orlo
Diamine, questo è troppo mormone! Si tratta di quattro o cinque racconti uniti fra loro nell'ambientazione, in alcuni personaggi, a livello di successione temporale, nella solita rinascita della società dopo una guerra nucleare. Ho avuto la prontezza di appuntare un commento sulla libreria Anobii, e lo riporto di seguito:


L'incipit dei racconti è intrigante così come lo svolgersi degli eventi. Si arriva però a punti in cui quasi ogni storia diviene irrimediabilmente stucchevole, ed intrisa di un sentimento religioso che non mi appartiene e che non posso comprendere né spesso condividere. L'ultimo racconto è forse quello che più si avvicina alla mia idea di misticismo, ma è costante la presenza di un sottofondo piuttosto moralista, sebbene voglia apparire illuminato dalla comprensione dell'umana debolezza e dall'idea della possibilità del perdono. I personaggi sono vividi e ben caratterizzati, ma i più interessanti, i più tormentati, diventano spesso prevedibili. Troppo "buoni", oserei dire a tratti disneyani. Esaltazione del valore della famiglia, dell'unione che fa la forza, del legame non tanto per la propria terra quanto per la propria patria (è diverso). E i cattivi rimangono i cattivi, senza grandi approfondimenti. Ad esempio, non molte parole sono riservate agli Irregolari, liquidati in poche righe come feccia della società. Bello il personaggio del ribelle Ollie, ma poco approfondito. 

Interessanti i due Teague, ma come già accennato, coinvolti in vicende dai risvolti davvero stucchevoli.

Insomma, la lezioncina morale è dietro l'angolo, ma non ha il mordente e gli alti ideali della critica di un Simak, che riesce ad andare oltre il concetto di divino, è un idealista di più ampio respiro. Questo qua è un mormone incallito anti-gay, come pretendi che possa scrivere qualcosa che parli di una comunione ben più profonda tra l'uomo e la terra e tutto ciò che contiene? Poi questi che si convertono così facilmente, ok Teague non è tra questi, ma... c'è sempre questa melassa che si insinua fra una riga e l'altra. 




 La Strada
Da La Strada di McCarthy mi aspettavo qualcosina di più, forse. Vi sono passi molto lirici, ma la situazione è talmente disperata che il viaggio risulta quasi un trattato scientifico, senza nulla cui aggrapparsi, la storia del cammino di un padre e un figlio verso una qualche forma di salvezza e umanità e la loro lotta per la sopravvivenza quotidiana, contro i demoni del freddo, della fame, della malattia, degli altri animali-uomo. Non l'ho trovato crudele, non l'ho trovato crudo più di quanto non trovi crudo un documentario. Lo stile è freddo (a parte quei momenti di poesia di cui accennavo) ed è una scelta che si armonizza bene con l'aridità della situazione, del pianeta che ormai ospita una manciata di esseri viventi: piante, animali, ogni cosa è per lo più morta e il declino della Terra a massa inerte di detriti senza vita pare inarrestabile. Mi è sembrato tutto molto naturale, la morte di ogni cosa e quindi i tormenti della fame e tutto ciò che di terribile si ci si possa aspettare da un animale uomo in via di estinzione, compresa la scena del neonato morto e arrostito allo spiedo. In tutta questa morte e decadenza un finale così proprio non me lo aspettavo. 




 L'ombra dello Scorpione
Eccoci al dunque, rimessi in pari con il romanzo in lettura. Di King avevo letto solo A volte ritornano, libro di racconti, e mi son dovuta confrontare per la prima volta con la mole colossale di un suo singolo volume. Ammetto che è a tratti molto provante. Si alternano guizzi interessantissimi sullo svolgimento delle vicende in cui vai avanti per 300 pagine senza staccare gli occhi dal foglio (elettronico, nel mio caso -a proposito, devo ricordarmi di scrivere un post sui vantaggi dei lettori ebook e "contro" i feticisti del libro come oggetto), insomma, momenti estremamente avvicenti e poi si cala nell'abisso della noia del flusso di pensieri inutilissimo di ogni personaggio. Per motivi editoriali la prima stampa del romanzo aveva subito un taglio netto di 400 pagine. Poi è uscita l'edizione integrale, quella che sto leggendo io, con mille e cento pagine e spicci. King, siamo sinceri: di quelle 400 pagine non se ne sentiva la mancanza. Ho l'impressione di percepire benissimo dove son passate le forbici per la prima edizione e dove sono state ritirate. Ci sono pagine e pagine di fuffa. Per carità, fuffa che arricchisce di dettagli, certe volte dici "oh guarda!", ma altre volte ti sale la nausea. Prolisso, eccessivamente dettagliato, diverse parti inutili. Ho un rapporto ambiguo con questo libro. In linea generale mi sta piacendo. Per ora sono quasi a pagina 800, non manca moltissimo.
L'aspetto che a mio avviso perde di più dell'eccessiva lunghezza e attenzione ai flussi di coscienza dei personaggi è che alla fine essi sembrano uniformarsi un po' tutti. Il più interessante è sicuramente, finora, Harold Lauder, il ciccione fallito, il più tormentato dall'intestina lotta fra il bene e il male, sebbene sia veramente insopportabile e desidero che crepi presto. Il mio preferito è invece Stu Redman, forse perché da subito l'ho immaginato con l'aspetto di un giovane Clint Eastwood. Vivo invece un'insanabile contraddizione nell'immaginare l'aspetto di Larry Underwood. All'inizio del libro la sua voce è definita simile a quella di un nero, e ho iniziato ad immaginarlo come Mario Biondi. Solo che Mario Biondi è pelato come un uovo sodo e l'autore continua a più riprese a farmi notare quanto sia capellone Larry Underwood. No King, non ci sto, Larry ha la faccia di Mario Biondi e la storia è chiusa,ok? Niente capelli, liscio come una palla da biliardo. I can really dig my man, baby. Intesi?
Nel complesso comunque è il libro post-apocalittico più completo che abbia letto fin d'ora, che non esaurisce il racconto alla diffusione della forza distruttiva ed annientatrice (un virus influenzale creato in laboratorio come arma biologica dagli Americani), né alla ricostituzione della società, ma va ben oltre, inserendo un enigmatico elemento mistico, un grande scontro fra bene e male di proporzioni gigantesche di cui la superinfluenza sembra solo un preludio. Sebbene questo dualismo bene-male così definito torni in altre opere (in Dick ad esempio), lì la dicotomia sembra essere una conseguenza dell'evento catastrofico, mentre qui è l'annientamento a sembrare come una "prima fase" della lotta fra le due forze che sembrano tirare le redini della sorte del mondo (forse è una situazione simile a quella di Shiel, dove però il misticismo ben presto si esaurisce). I sopravvissuti alla distruzione ritrovano loro stessi ed i loro simili grazie ai sogni, sogni vividi, intensi, premonitori, che li guidano e li radunano  attorno alle due figure totemiche, rappresentazioni del bianco e del nero. Come andrà a finire? 300 pagine lo sveleranno.
-Larry Underwood intento a cantare il suo grande successo prima della diffusione dell'epidemia di superinfluenza-

-Ti sbagli, non è Dexter, ma l'uomo nero Randall Flagg, il MALE!-

- Niente Gary Sinise, ecco il mio Stu Redman. Cavolo che figo... -
(bè dai Gary Sinise non ci sta male, ma vuoi mettere con Clint Eastwood?  ♥♥♥ )

giovedì 3 febbraio 2011

Il punto

Non aggiorno mai a parte perché non ho stima di questo blog, o almeno non sempre, quindi non credo di far un grosso danno mancando qualche appuntamento. Al massimo un favore.
Poi perché dalle, che so, 20.54 posso continuare a farmi seghe mentali fino alle... boh, un numero a caso, 01:17 per esempio. E oltre. E tutto questo, pensa un po', nonostante la resistenza alla pressione che fanno i tasti "N" e "," perché degli spilli, non si sa come né quando, si sono incastrati in mezzo ai tasti. Che indefessa internauta.
Effettivamente sto iniziando a cedere, vediamo cosa si può fare.
Volevo semplicemente fare il punto dei libri letti finora ed appuntarmi un paio di cosette.
Prima, un paio di statistiche.
Anno 2010: letti 52 libri con un totale di 10444 pagine. Wow, non credevo.
Al principio del 2011 siamo ancora a 3, con 722.
Vediamo. Andando un po' a ritroso nelle letture troviamo:

- More about Il genio della bottiglia Il Genio della Bottiglia
Intorno capodanno ho comprato Focus. Sì, lo so, è un pessimo modo per iniziare un nuovo anno, e in condizioni normali meriterei severe punizioni per questo gesto apparentemente folle, come, ad esempio, una maratona notturna comprendente la visione forzata di Giacobbo e Mistero in combo. Insomma, no, non sono stati né l'indigestione di panettoni né una sbronza da prosecco a condurmi sul sentiero della pazzia: ero sobria. Ho comprato Focus perché era uscito assieme ad un'interessante edizione de Il Genio della bottiglia: la chimica del quotidiano e i suoi segreti. Interessante quantomeno per il prezzo. L'edizione Longanesi con copertina rigida, sovraccoperta e fette di culo vicino all'osso è tua al modico prezzo di venti e rotti euro, contro i tredici di Focus, bè... non rovinerà troppo la mia reputazione, per questa volta.
Il libro è carino, facilmente leggibile, sempre aneddotico al pari di "Come si sbriciola un biscotto", ma questa volta meglio strutturato ed interessante, forse anche perché, bè, nel frattempo la preparazione per l'esame di Biochimica a qualcosa sarà pur servita: magari non ad affrontare un ansiogeno colloquio (per quello non c'è preparazione che tenga: servono solo le benzodiazepine), ma a seguire meglio Schwarz sì, senza dubbio.
Il merito più grande dei libri di Schwarz ce l'ha sicuramente la lunghezza di ogni "articolo": è proprio il "tempo da bagno", quindi il mio consiglio è di tenerlo lì, proprio in quella stanza.

- More about Slaughterhouse-Five Mattatoio n°5
Il mio secondo, e più approfondito, incontro col genio ironico di Kurt Vonnegut. Difficile descrivere l'amara bellezza della sua scrittura: tutto è ironico e leggero, un pianto col sorriso sulle labbra. Tutto grottesco e di fatto ridicolo, ma... guai, guai a riderne davvero. Rassegnato, con un pizzico di disperazione.
È la storia di Billy Pilgrim, uomo qualunque di professione ottico, ex soldato nella seconda guerra mondiale, scampato alle atrocità della guerra e al bombardamento di Dresda, destinato all'illuminazione: dopo l'incontro con gli alieni di Tralfamadore, egli saprà la quarta dimensione. Vedrà il tempo nella sua interezza, come l'umanità intera non può fare, e sarà condannato a vivere e rivivere ancora gli eventi della sua esistenza, in quanto parte di una visione unica e d'insieme. E così Billy viaggia nel tempo e nello spazio: eccolo in guerra, disumanizzato, a terra assieme ai soldati, sdraiati in fila come cucchiai, al freddo di un vagone ferroviario. Eccolo al suo matrimonio, eccolo su Tralfamadore, in un susseguirsi di eventi in ordine del tutto casuale.
I punti salienti del libro sono troppi, Vonnegut è un autore di un acume e un'ironia tragica del tutto fuori dal comune. Eccellente. Forse persino da rileggere.

N.B.
Non è aria. È passato più di un mese, quasi due da quando ho lasciato a metà il post, e ancor più di tempo è passato da quando ho letto i libri più indietro di Slaughterhouse nr.5.
I libri successivi, di cui scrivo due righe per amor di completezza, ne meriterebbero molte di più, ma siccome sono una cazzona, bè, si dovranno accontentare. Magari aspettando tempi migliori.

More about L'amante
L'Amante di Marguerite Duras
Un bel pippone angosciante-introspettivo, di quelli che piacciono a me. Una scrittura un po' singhiozzante, ricca di flashback, un flusso di ricordi la cui atmosfera è pesante e un po' opprimente quanto l'aria umida sulle sponde del Saigon. Stilisticamente molto ricercato. Bello.
Ficcando il naso fra gli scaffali (sì, ho ricominciato a farlo, finalmente) ho visto che ne esiste una seconda edizione, direi più una riscrittura più tarda, dal titolo "L'amante della Cina del nord". Da leggere.

More about Leviathan
Leviathan di Scott Westerfeld
Piacevolissima sorpresa! Credevo di trovarmi dinanzi al solito fantasy per poppanti cavalcante l'onda della moda di turno (steampunk, nel caso specifico), invece è un bel romanzo, senza dubbio destinato anche ai giovani, ma costruito con una notevole cura, con un ben inquadrato sfondo storico. L'Europa è divisa nelle fazioni di Darwinisti e Cigolanti. I primi si sono divertiti a giocare a fare dio, ingegnandosi in ricerche genetiche ante litteram e sviluppando la loro tecnologia attorno alla vita. La più sensazionale scoperta sono i cosiddetti respiranti a idrogeno: esseri che, sviluppando grosse quantità del gas, possono essere sfruttati come palloni aerostatici o persino dirigibili. I secondi invece, accantonando DNA ed equilibri naturali, hanno preferito armeggiare con cilindri e pistoni e sviluppare tecnologie più classicamente motorizzate. La vicenda ruota attorno ai due giovani protagonisti, Deryn, giovane cadetta in incognito sul dirigibile Leviathan, al suo primo volo, e il legittimo erede al trono dell'Impero Austro-Ungarico Aleksander, fuggitivo.
Minuziose le descrizioni delle tecnologie e fervida l'immaginazione dell'autore nell'immaginare le stesse: davvero ottimamente costruito. Non vedo l'ora che esca il secondo volume.

More about Ciarlataneria e medicina
Ciarlataneria e Medicina di Giorgio Cosmacini
Interessante summa della storia dei "confini sfumati" della medicina, del suo rapporto col popolo e col mondo del "lavoro di mano", quello dei chirurghi, letteralmente, dei norcini, dei guaritori empirici. Molto bello, tocca ambiti storici, antropologici e sociologici, una chicca che bisogna leggere.

More about La chimica allo specchio
La chimica allo specchio di Roald Hoffmann
Saggio sulla chimica scritto da un premio nobel, di cui non ho condiviso più di qualche osservazione... però tutto sommato interessante da leggere, soprattutto per chi è interessato all'aspetto più speculativo riguardante il mestiere dello scienziato, all'etica, la deontologia, l'epistemologia e tutti questi pipponi che rasentino la filosofia in cui ogni tanto m'incarto (vedi le mie incazzature con le truffe dei medici omeopati -brrr solo a scriverlo mi vengon i brividi).

More about Sono razzista, ma sto cercando di smettere
Sono razzista ma sto cercando di smettere
Breve libro intelligente e di taglio anche storico-scientifico, ho apprezzato molto la scelta.

More about Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio
Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio
Notevole romanzo d'esordio dell'algerino Amara Lakhous, un bel noir che tocca un tema importante e vorrei scrivere anche tante altre belle cose ma non mi ricordo granché. Peccato. Mi ricordo che m'è piaciuto, ogni capitolo è la voce di uno dei personaggi, quasi ognuno è di diversa nazionalità: un melting pot, vediamo l'altro con gli occhi dell'altro e poi dell'altro ancora, e chissà quali sono le sue realtà e so solo che non verranno mai capite. Il caso del tizio morto è un pretesto per raccontare le altrui piccole realtà di isole, gli altrui piccoli e grandi problemi e la chiusura nostra ma anche di chi ci è vicino, noi che non possiamo e non vogliamo capire e altri che non vogliono, ma anche non possono, capire.





mercoledì 2 febbraio 2011

Dystopia

"Cosa succederebbe al mondo se...?" è un'interessante domanda, i cui "se", e le relative risposte, sono proposti in tutte le salse dalla letteratura fantascientifica (e non). "Cosa succederebbe al mondo se diventasse una merda", in particolare, è lo specifico campo di cui si occupa un particolare filone assimilabile alla letteratura fantascientifica, quello distopico. Filone quasi morbosamente affascinante, se non altro per la valutazione dell'effettivo valore predittivo che romanzi e racconti distopici possono celare.
Dopo aver letto, non senza personali, nefaste ma passeggere conseguenze, le due colonne portanti della letteratura distopica, i classici 1984 e Il mondo nuovo, e dopo aver compiuto una piccola ed essenziale ricerca su di essa, ho deciso finalmente che era il turno di Largo! Largo! di Harry Harrison, meno conosciuto ma inquietante forse in egual misura. O forse dovrei dire irritante.
A caldissimo, così, appena terminato, il libro non mi è piaciuto affatto: l'ho trovato superficiale, sia nella costruzione dei personaggi sia in quella della futura società distopica, ottusa, cieca, operante scelte ingiustificabili, un parto di mostri d'illogicità.
Di primo acchito, poi, lette sì e no una cinquantina di pagine, stentavo a proseguire: la scrittura era banale, senza guizzi, piatta, semplice narrazione lineare di eventi. In una sola parola noiosa. Ho dovuto affrettarmi nel leggerlo per non cedere alla tentazione di restituirlo.
Un po' più a freddo, però, riflettendoci sopra e chiacchierandone quella mezz'ora di più -tanto è bastato- forse... credo sia peggio di quanto credessi.
Mi spiegherò meglio tra breve.
Per quanto riguarda la "maniera", esistono due Largo! Largo! . La "parte prima" è effettivamente molto noiosa nella narrazione, dedicata all'introduzione di un "fatto noir", l'omicidio di un pezzo grosso dell'intrallazzo politico-malavitoso della distopica New York alle soglie dell'anno 2000, e alle indagini che il caso richiede. Poteva anche essere sostituita da due righe introduttive, o non esistere affatto, a mio avviso.
La seconda parte è di gran lunga migliore, più scorrevole in stile e contenuti e decisamente più stimolante.
Nello scenario di un mondo incontinente d'umanità, in cui il divario sociale è nettissimo e vede la maggior parte della popolazione povera, incolta, stipata e per lo più senza un tetto sulla testa da una parte, e dall'altra chi invece può ancora permettersi il lusso di stappare del whisky e rimanere a palle all'aria davanti ai condizionatori, si muovono dei personaggi ottusi, manchevoli di quei guizzi che io chiamo "d'umanità", ma che sono di rabbia fisiologica, di quell'individualità salvifica per la dignità propria e di quella collettiva. Ma nemmeno si possono definire dei disperati: essi non si pongono neanche il problema dello sperare in qualcosa di migliore. Forse talvolta, uno spiraglio. Nella donna, Shirl, che è in grado solo di utilizzare la sua avvenenza (e, ovviamente, i suoi genitali) per entrare, ogni volta che vuole, a far parte di quella ristretta élite di gente col tetto sulla testa e con buon cibo in bocca. Forse, nella sua povertà intellettuale ed incapacità nel non fare nient'altro se non cambiarsi d'abito o limarsi le unghie, qualcosa di buono c'è. Ma è minima, e soffocata dalla sua pochezza e dal suo disgustoso (esagero?) individualismo. Lei vuole la comodità, tutto ai suoi piedi, non le piace tirar la cinghia. E a chi piace, Shirl?
Brucia sicuramente una fiamma di rivolta nell'anziano Sol, ma destinata prevedibilmente ad essere soffocata (piccolo appunto: scusa Sol, mi stai simpatico, ma odio quel tuo modo smargiasso di approcciare le donne). Gli Anziani, forse per aver ricevuto il privilegio di un'istruzione, o qualcosa di simile, o forse perché hanno vissuto in periodi in cui un vero tessuto sociale, anche se forse in declino, esisteva ancora, sono gli unici rompiscatole esistenti. Gli unici con un barlume di, ecco la parola giusta: coscienza. Nel resto dell'umanità essa è invece sopraffatta dall'istinto di sopravvivenza, e dai disperati (ma senza consapevolezza) tentativi di rendere la vita meno aspra ed individualista. Come? Formando il proprio piccolo branco. E andando avanti così, come viene. Quasi per dovere. So it goes direbbe Vonnegut (ma non allo stesso modo, non allo stesso modo, mio buon Kurt).
Un certo tipo di personaggio "inetto" mi attrae molto. L'inetto, se così si può ancora definire, che mi piace, è quello che tende senza arrivare. Quello che prova ma non riesce, il frustrato, quello un po' fallito, in conflitto col mondo, ma, ecco il suo spessore: il conflitto col mondo, che come un calzino si rigira e diventa conflitto con se stessi e bam. In una confusione di elementi d'inettitudine, ma senz'ombra di contraddizione anche di superomismo, ecco IL personaggio della crisi. Da qui è a un passo lo sviluppo di interessanti "sottotipi" di vario genere (come a un passo è la perdita di punti di sanità mentale...).
Il personaggio invece più detestabile che possa mai incontrare in un libro (o film, o fumetto, o perché no nella vita) è l'inetto piatto. L'incosciente, l'idiota. L'automa. L'ottuso. Il detective Andy Rusch.
Il detective Andy Rusch, nel corso della storia, indaga sull'omicidio di Big Mike. E' un bravo poliziotto, Andy Rusch, già. Il vero braccio della legge. Tu ordinare, io fare. Non importa se hai a malapena tempo per respirare. Non importa se ti sbatti dormendo tre ore a notte e oltretutto quell'ulceroso di Grassioli ha anche da farti la predica. Non importa se ti costringono a lavorare ad un caso di rapina divenuto omicidio per sbaglio, mentre, vista quanta gente ora muore al minuto, tutti gli altri casi vengono chiusi appena aperti se non si riesce a trovare il colpevole in pochi giorni. La gente è troppa. Ma Big Mike aveva amici in politica. Che suono ha la parola "stipendio", in tutto ciò?
Sempre in prima battuta ho pensato che l'analisi del comportamento di massa operata da Harrison non reggesse per niente. E' in ballo da anni la convalida della legge sul controllo delle nascite, ma non si riesce ad attuare a causa della forte opposizione dei "conservatori". Allora, pensavo, non può essere. La gente povera sforna figli per avere aiuto nel lavoro. Generalmente nel campo dell'agricoltura. Ma siccome in questa società non c'è nulla da fare, né terra da coltivare, né cibo da procacciare (è razionato così come l'acqua) non ha senso che le persone continuino a far bambini. Perché dovrebbero?
Tutto giusto se non ci fosse un divario sociale tanto profondo. Perché quella condizione è alienante, ma mai alienante quanto il rimanerci soli. Tanto che rileggendo il pezzo in cui Sol si rimbocca le maniche per partecipare ad un'azione di protesta contro i conservatori, ho dei dubbi sull'interpretazione che ho dato ai discorsi del vecchio. Pensavo che Sol fosse semplicemente il mezzo col quale l'autore parlasse e dicesse la sua (su ecologia, sfruttamento, sovrappopolazione... e così via). Ripensandoci, non so.
- E' quella che chiamano la legge uccidi-bambini?
- Che cosa? - gridò Sol [...] - Un branco di cretini, ecco cosa sono. Gente con la testa ancora fossilizzata nel medioevo, e i piedi fossilizzati. In altre parole, i fessi.
- Ma Sol, non potete obbligare la gente a praticare una cosa nella quale non crede.
Il discorso continua, e Sol dice un sacco di cose molto sensate. Ma se la sua parte di ragione la avesse anche Shirl (sic!)?
Ho letto 1984 ormai diversi anni or sono, ed in fretta. Un libro superbo, eccezionale. Ma dio solo sa (o chi per lui) quanto abbia dormito male quelle notti. Il suo vivido scenario da incubo mi perseguitava anche in sogno. Così mi son dovuta sbrigare a terminarlo, e ricordo solo vagamente caratterizzazione e destini dei vari personaggi. Una cosa però me la ricordo bene: Smith (si chiamava così il protagonista?), al contrario di Rusch, era vivo. La società era viva: il Ministero dell'Amore, i lavaggi del cervello, le torture, le abiure, esistevano perché i ribelli continuavano ad esistere. Ne potevi far fuori uno, ne potevi convertire un altro, ma loro erano. Indiscutibilmente. Pur nella sua terribile condizione, l'umanità conserva in sé il seme della speranza. Ed è sua innata caratteristica!
In Largo! Largo! l'umanità è già morta, il mondo già finito. L'unico a mantenerne (Sol a parte), paradossalmente, una sua cosciente visione è un personaggio marginale, Peter, il folle. Fissato con la fine del mondo, non fa altro che dar noia sciorinando frasi bibliche sull'Apocalisse e sulla grande prostituta Babilonia.

-Forse avete sbagliato secolo, - disse Andy tenendo l'uomo per il gomito e guidandolo fuori della folla. - E' passata la mezzanotte, il nuovo secolo è già cominciato, nulla è cambiato.
-Nulla è cambiato? - gridò Peter. - Ma questa deve essere la Fine del Mondo, il Giudizio Universale! Deve esserlo! - Terrificato si divincolò, liberando il braccio dalla stretta di Andy e stava per allontanarsi, ma fece un passo soltanto e si voltò. -Per forza, deve finire!- gli gridò con voce straziante. Come può, un mondo come questo, andare avanti per un altro migliaio di anni, così? Così?

Non me la sento di dire che si tratta di un libro brutto. E' che in realtà speravo che fosse semplicemente un libro brutto, tentavo di convincermene, perché so che esiste qualcosa di peggio: un libro disperato.

P.S.
Grazie a Danilo per l'interessante chiacchierata: tu riesci sempre a guardare oltre!

venerdì 20 agosto 2010

Pirati! Ancora!

A parte qualche intermezzo, qui si veleggia ancora sulla rotta della Tortue.
More about La clessidra del potere Questo libercolo l'ho acquistato, si dice, per regalarlo a mia sorella, pur sapendo che mia sorella preferisca di gran lunga dedicarsi con passione alla ri-ri-ri-ri-ri-lettura di fumetti manga quali Ransie La Strega, Card Captor Sakura, e ultimamente Sei il mio cucciolo. Il suo hobby preferito era consumarne le copertine, tenendole ben salde tra le sue dita sudaticcie, sino a farle divenire una sorta di poltiglia. Se non fossi riuscita a toglierle questa malsana abitudine, il suo destino di lavoratrice in impianti di riciclaggio carta con metodi biologici sarebbe stato assicurato. Ad ogni modo, l'ho davvero acquistato per regalarglielo. Credo che, data l'età, riesca ad apprezzarlo più di me.
Avevo voglia di leggere una ragazzata, un libricino scorrevole, tanto per distrarsi. E l'ho persino scelto con elementi fantasy (sì, aborro il fantasy: lo considero il più grosso secchione di spazzatura letterario). E ha ben risposto alle mie aspettative. Lo potrei definire come una semplice sommatoria: Monkey Island + Resident Evil + L'Isola del Tesoro.
Monkey Island perché il cattivone cattivo cattivo della storia non riesco a non immaginarlo come una sorta di LeChuck: anche un po' grottesco nel suo essere nero, malvagio e senza pietà, capo di un esercito di non-morti e capace di terrificanti incantesimi di magia nera (vudù? Ci starebbe bene!). Una macchietta.
Resident Evil perché di zombie ce ne sono un fottìo, e affamati. E puzzolenti. Divertente.
L'Isola del Tesoro perché il protagonista è il solito ragazzino sveglio, che si caga sotto ma alla fin fine mostra coraggio, più coraggio di quanta ne richieda la sua età, e riesce a farsi amare ed accettare dalla ciurma di adulti e bla bla bla bla.
Non mi aspettavo una grossa caratterizzazione dei personaggi e fortunatamente non l'ho trovata. Speravo in un maggiore lavoro di approfondimento sulla realtà quotidiana di una nave. I romanzi pirateschi sono zeppi di terminologia esclusivamente marinaresca, e qui l'unico termine tecnico che ho incontrato è stato "barra del timone"... va bene, sarebbe uno spunto per imparare cose nuove, ma d'altronde il libro è destinato ad un target d'età decisamente più basso delle mie due decine e mezza, ci rinuncio tranquillamente. Diciamo che, fino al penultimo capitolo, non volevo essere impietosa. Volevo uno svago semplice, leggero e piratesco e l'avevo trovato.
Poi, il Karnar.
Un mostro marino che sbuca fuori come un perfetto quanto inutile deus ex machina, senza background definito, viene, appare a buffo, salva la masnada di pirati buoni e di sani principi ed altrettanto a buffo scompare. È perché odio il fantasy? È vero, ho le mie riserve, ma, davvero, questo era un espediente narrativo che definirei raffinato quanto un sonoro e pieno rutto di un conferenziere al microfono. Semplicemente messo ad minchiam. Discesa vertiginosa del giudizio.

More about Il Corsaro Nero Si potrebbe etichettare con la dicitura "piacevoli sorprese". Non avevo letto mai niente di Salgari, e pensavo di essere ormai troppo attempata per apprezzare le sue opere, un po' come mi è successo per L'Isola del Tesoro di Stevenson. Un libro piacevole, questo, ma a tratti poco vivido e lento in alcuni punti. Forse il fatto che il protagonista sia il solito ragazzino di giovanissima età (nella mia immaginazione opportunamente sostituito da una ragazzina in incognito, ma non cambia nulla) oramai mi mette un po' a disagio. Per inciso, Long John Silver, alias Porco Arrostito, s'è poi rivelato il personaggio più interessante del libro e non vedo l'ora di approfondirlo.
Tornando al Corsaro Nero, s'è rivelato essere di gran lunga al di sopra delle mie aspettative. Un libro per ragazzi di ogni età, senza ombra di retorica. Il protagonista ha tutte le caratteristiche distintive dell'eroe: nobiluomo, cavaliere, pietoso, eppure... Eppure, con quella sua aria funerea, lugubre, è circondato di quella cupezza da tenebroso che a prima vista lascia spiazzati in un personaggio tanto positivo, fiero e di saldi principi.
La chicca è il cammeo del giovane Morgan, comandante in seconda del Corsaro Nero, evento salutato con entusiasmo dalla mia immaginazione. Senza fatica l'immagine del Morgan della Santa Rossa è stata riutilizzata qui, "fittava" (come si dice in italiano?!) perfettamente: per me è stato meglio che guardare un film. Strepitoso.
Le descrizioni naturalistiche di paesaggi, fauna e flora sono vivide ed impeccabili, così come quelle di eventi, dalle battaglie navali all'emozionante uragano presso le coste delle piccole Antille, fino al palpitante amorazzo fra il Corsaro e Honorata, che credevo che il libro me lo facesse calare, e invece...
Non l'ho ancora terminato, ma mi sono ritrovata ad aver letto 160 pagine in due giorni. Da rimanerci con gli occhi sgranati. Fantastico! Entusiasmante! Vivido!

C'è dell'altro
Amélie Nothomb - Metafisica dei tubi, Le Catilinarie, Né di Eva né di Adamo
Perde un po' di punti questa scrittrice, nella mia classifica personale. Sembra come se, quando il contenuto delle sue opere sia privo di palese piglio critico o polemico nei confronti di alcuni meccanismi sociali, esse diventino prive della verve che mi aveva conquistata precedentemente. Se si concentra sulla sua autobiografia senza contestare nulla, mi risulta antipatica.
Niente di che per questi tre libri (il primo parla della sua infanzia, il secondo è un racconto un po' angosciante ma carino, forse il più rilevante fra i tre, il terzo narra della sua storia d'amore, se così la si può chiamare -koi, non ai, precisa lei- con un ragazzo nipponico), a parte un viscerale odio per le carpe che personalmente non condivido.

Yukio Mishima - La dimora delle bambole
Un libro di quattro o cinque racconti brevi, degni di menzione. Si tratta di racconti giovanili, antecedenti al romanzo "Confessioni di una maschera". Come al solito Mishima sa incantare il lettore, con quella comunione che fa sbocciare fra i suoi personaggi e la natura che li circonda, che sembra riflettere i loro stati d'animo e farsi portavoce dei loro turbamenti. Eppure sembra sempre sovrastarli, o prendere vita come personaggio a sé stante.
Bellissimo l'ultimo racconto, "Biglietti", intriso di un'atmosfera macabra di gusto tipicamente nipponico. Un po' lento "Il Principe Karu e la principessa Sotori" ma molto gradevole soprattutto per l'ambientazione nell'antico Giappone. Tutti comunque molto delicati e dall'atmosfera come di nebbia, quasi onirica, ma minuziosamente studiata (non incompiuta, ingarbugliata, inutile e senza ombra di raffinatezza come può esserlo quella di una Banana Yoshimoto, ad esempio).

Mary Roach - Stecchiti. Le vite curiose dei cadaveri
Di rado abbandono un libro, perché se non mi piace devo conoscerne l'intimo motivo, meditarci sopra, rimuginarci ed andare a fondo nello schifo che fa o nella sua insulsaggine.
Qui non ce l'ho fatta. E l'ho pure ordinato io in biblioteca.
È un libro di divulgazione scientifica anche ben scritto, con toni fra il serio e il faceto ma mai irrispettosi, che si propone di esporre al pubblico come i cadaveri hanno contribuito, volenti o nolenti (prima di passare fra i più, ovviamente), all'avanzare del progresso dell'umana specie. Prove tecniche di crocifissione o di interventi chirurgici, furti di cadaveri per dissezioni, collaudi d'automobili, ricostruzioni d'incidenti aerei (ho trovato un ulteriore motivo per non imbarcarmi in quei demoniaci tubi di metallo), trapianti di testa... svelati tutti i segreti della decomposizione. BLAAAAAAAAAAAAAAH! Non ce l'ho fatta, speravo di finirlo in fretta, ma madonna mia... niente, niente, non ci sono riuscita.
Mi sembra di aver rivissuto l'esperienza della visita al museo anatomico organizzata dalla docente universitaria di anatomia. Prima di entrare ero curiosa, tutta spavalda e anche un po' cazzona. Salvo poi uscire di lì con, dinanzi agli occhi, immagini di fettine umane, esseri micro e macrocefali in formalina, crani sezionati e nervi messi allo scoperto, con il colorito di un panno candeggiato ed in preda a conati e barcollamenti sospetti. Oltre al danno, la beffa: i colleghi più scettici uscirono dal Forlanini assolutamente entusiasti dell'istruttiva (per me distruttiva) visita.
Niente, per me il post-mortem è un tabù disgustoso, macabro e triste che posso affrontare solo attraverso la distanza del fantastico: ben vengano zombie, vampiri, uomini scheletro o fantasmi, ma la scienza della morte no, proprio no. Grazie per averci provato.

Bobby Henderson - Il libro sacro del prodigioso spaghetto volante
È la risposta più bella mai inventata alle scempiaggini dei creazionisti. Scritto da un fisico, si tratta di un vero e proprio libro sacro, con tanto di brochure da fotocopiare e distribuire per accaparrarsi proseliti e articoli (pseudo) scientifici di supporto alla neoreligione del Pastafarianesimo, ossia dei seguaci del Flying Spaghetti Monster (tradotto con Prodigioso Spaghetto Volante, in breve PSV). Si tratta in sostanza di una risposta a tono a chi avesse chiesto di introdurre l'insegnamento della "teoria" creazionistica a fianco di quella evoluzionistica. Volete insegnare il creazionismo nelle scuole? Bene, esigo che anche la creazione secondo il Pastafarianesimo venga insegnata, ha la stessa identica dignità e gli stessi fondamenti scientifici. L'ho trovato per caso in biblioteca e non potevo lasciarlo lì, né evitare di acquistarlo per regalarlo al primo amico che compiesse gli anni di lì a breve. È semplicemente geniale. Ogni evento naturale ha una spiegazione "logica" in funzione ovviamente del PSV, così come i seguaci del disegno divino ne trovano una buona per il loro dio qualsiasi esso sia. E, manco a farlo apposta (sarà un divino segno d'elezione del PSV, un suo prodigioso messaggio?), il suo popolo eletto sono... i pirati! E così viene dimostrata, attraverso la simulazione SPADA, la stretta correlazione fra la diminuzione del numero di pirati e il riscaldamento globale, provocata da un diminuito upwelling delle acque marine; vengono fornite prove matematiche, ontologiche e manageriali dell'esistenza del PSV; la gravità viene minuziosamente spiegata con l'azione delle Sue appendici pappardellose... e così via.
In His name we pray, Ramen.


venerdì 16 aprile 2010

Varie 2

Sono rimasta molto indietro con l'aggiornamento dei libri letti. Cerchiamo di metterci al passo.
Ancora procedendo dal più "vecchio" al più recente, breve carrellata:

More about I bottoni di Napoleone I Bottoni di Napoleone
Questo è un libro da non perdere, per gli amanti e non della divulgazioni scientifiche. Si tratta di uno di quei libri con i quali puoi fare il figo al bar con gli amici raccontando loro che, ad esempio, lo stagno al di sotto di una certa temperatura tende a cambiare forma allotropica, disgregandosi lentamente e diventando dunque un mucchio di polvere biancastra. E non solo: con un viaggio attraverso alcune delle molecole più importanti nella storia dell'umanità, fra cui fenoli, coloranti, zingerone e cellulosa, solo per citarne un po', gli autori propongono una breve storia legata ad ognuna di esse accompagnata da curiosità sul loro comportamento e relative formule di struttura. Ciò che ho apprezzato dell'opera è stato proprio questo. Vedo la chimica un po' snobbata nel campo stesso della divulgazione scientifica, tanto intenta a far conoscere al pubblico supernovae, relatività, evoluzione ed equazioni che hanno cambiato il mondo. Per carità, tutto giusto. Ma la chimica? Eppure è dappertutto. Le formule di struttura sembrano più affini ai geroglifici che non il parlare di fisica quantistica. Gli autori del libro non si sono lasciati spaventare da questo, e hanno proposto le relative formule corredate di chiavi per imparare a leggerle, di modo da porre l'accento anche su cosa significa concretamente il fatto che un composto sia fatto proprio così. L'esempio più eclatante e ben fatto si trova nel capitolo dedicato alla seta, in cui è ben illustrato come essa riesca ad essere tanto liscia, lucida e scivolosa.
Pregevole anche il fatto di aver dato importanza alle affinità fra sostanze differenti e alla correlazione che queste possano avere in relazione alle proprietà delle molecole stesse.
Insomma, è un bel libro ben scritto da chimici -e si sente che sono chimici- che hanno, a mio avviso, saputo cogliere perfettamente cosa la chimica "ha da dire" anche a chi è più lontano dal settore.
Inutile dire che per chi, come me, ha scelto di fare della chimica il proprio settore di studio principale, è un libro da leggere ASSOLUTAMENTE ed il prima possibile, e da tenere nella propria libreria in consultazione.

More about Acido solforico Acido Solforico
Se ci sono libri a cui non riesco a resistere sono quelli sulle distopie. Generalmente mi terrorizzano e affascinano al tempo stesso. Anche Acido Solforico mi ha dato le stesse sensazioni. Questo è stato il mio primo incontro con la scrittura di Amélie Nothomb, che, di primo acchito, mi è sembrata un po' troppo secca, ma solo perché ormai ai romanzi d'introspezione fronzoluta ci avevo fatto troppo la bocca.
Questo romanzo reca con sé un messaggio di speranza che però, al tempo stesso, riesce a mettere i brividi. Lo scenario non è molto distante da quello della vita reale: una vita "normale" di una ragazza "normale", immersa in un mondo in cui spopolano i reality show, adorati, odiati e criticati ma sempre e comunque seguiti con passione, di qualsiasi passione si tratti. Repentina la cattura della giovane in una retata per l'abominevole Concentramento, il nuovo reality che simula -simula?- le condizioni di prigionieri e kapò in un lager. Si segue dunque la nuova vita di Pannonique come matricola anche con l'occhio di una povera, sciocca kapò, Zdena. Povera Zdena, non le pare vero di essere scelta, finalmente, per la prima volta in tutta la sua vita, fra tanti aspiranti per ricoprire un ruolo di responsabilità. In un climax di situazioni tremendamente surreali, fra vita e morte, fra l'istupidimento collettivo della droga televisiva e la trombonaggine ottusa e sensazionalistica dei giornali e dei media tutti, l'esito è la fine dell'incubo sancita proprio grazie ad un incredibile, inaspettato gesto di Zdena.
E tutto torna come prima: la normalità.
Mi ha fatto paura.
Non tanto la vicinanza della finzione alla realtà odierna. Sì, anche quello, d'altronde una delle caratteristiche più spaventose (e, torno a ripetere, affascinanti) della letteratura distopica è proprio la similitudine con alcune, se non molte, delle situazioni reali e tangibili.
La domanda, avvolta in una rada nebbiolina di disperazione, che mi è sorta spontanea al termine di questo libro è stata: "nelle mani di chi siamo?"
"Popolo, sei 'na monnezza!". Sì, Acido Solforico mi ha depressa e lasciato in bocca un acre sapore di sfiducia. Eppure, a pensarci bene, forse vorrebbe trasmettere il contrario. Chissà.

More about Buono da mangiare Buono da Mangiare - enigmi del gusto e consuetudini alimentari
Interessante libro, scritto dall'antropologo statunitense Marvin Harris, che si interroga su quali siano le vere cause (e concause) di tabù e preferenze alimentari. Si passa dalle vacche sacre indiane all'adorazione tutta made in U.S.A. per l'hamburger di puro manzo, dall'impurità suina al disgusto "occidentale" per la carne di cavallo, passando per intolleranze al lattosio, la predilezione per i pet sino al capitolo sul cannibalismo. Al di là delle solite anglo-americanissime considerazioni su quanto sia migliorata la nostra vita da quando mangiamo molta più carne -su cui ho diverse obiezioni e anche un po' di dubbi, pur non essendo fautrice del vegetarianesimo tout court- l'opera è molto interessante. Harris cerca di spiegare come ambiente, condizioni di vita e necessità dei vari "gruppi umani" abitanti in un dato luogo possano letteralmente forgiare, nel tempo, l'abitudine alimentare.
Ho notato poi che un filo rosso unisce le varie opere di saggistica che ho letto negli ultimi tempi: l'imperialismo e il colonialismo delle potenze occidentali. Suppongo che il picco arriverà con Orientalismo. Però, mi si permetta la bassezza linguistica, mamma mia che merda. Domanda banale e idiota, ma non riesce a balenarmi nient'altro in mente quando in qualche modo mi approccio al tema: com'è possibile? E soprattutto ora si continua a blaterare di debiti esteri e con nonchalance di cacciare gli immigrati fuori dai confini... Ma che cazz...? Sarà pur vero, e me ne rendo conto, che non è così semplice. Ma se invece fosse più semplice di come sembra?
Sì, quest'ultimo capoverso sembra privo di senso: è perché non voglio approfondire il tema. Sarebbe troppo lungo e non ho abbastanza basi. Ci lavorerò sopra. Ho molta voglia di contrassegnare ancora qualche post con l'etichetta I wanna revoluscion.
Insomma, tornando a Harris, fa veramente ri-brez-zo nel capitolo sul cannibalismo. Hai presente gli aborigeni col pentolone sul fuoco? Ecco. Peggio! Corpi divelti, braccia strappate, scene da blood and gore. Una schifezza abominevole. Per me che ho l'abitudine di leggere i libri mentre faccio colazione, è stata una vera sofferenza. Meno male che era alla fine del libro.

More about Stupore e tremori Stupore e Tremori
Eccomi alla lettura del mio personale secondo libro della Nothomb. Lontani dalle terribili e disumane atmosfere di Concentramento, ci immergiamo nella realtà lavorativa dell'azienda giapponese vista con gli occhi di Amélie, nata in Giappone ma vissuta in altre terre, tornata infine nel suo paese natale realizzando il sogno di lavorarvici. Il libro è chiaramente autobiografico e dunque ispirato a vicende di vita vissuta, seppure con un certo gusto iperbolico nel riportare gli eventi.
Queste cento pagine scarse sono fantastiche. Il suo stile tagliente, sarcastico, è unico. Amaro ma divertente al tempo stesso. Vorrei "demolire" con un "ma che cazzo stai a dì" l'opinione (tanto sto spazio è mio, si può fare, e aggiungerei "ah ah") di un'utente anobiiana che definisce il libro:

"Macchiettistico.Inopportuno: la denigrazione di una società, di una cultura, possiede sempre qualcosa di sinistro."

Nulla, e ripeto, nulla di più falso per quanto riguarda questo libro. Certamente, come ho già spiegato, la narrazione è iperbolica, caricaturale, irriverente, la mano è un po' calcata, ma dietro ad una caricatura si riesce a percepire la verità, senza contare poi intere pagine serissime in cui l'attacco all'aspetto "ingabbiante", lo definirei quasi calcificante -ingessante, come afferma la scrittrice stessa- della cultura giapponese è molto appassionato e concreto, e nulla possiede di macchiettistico. In particolar modo mi riferisco alle pagine in cui la scrittrice sferra un forte attacco all'educazione delle donne giapponesi. In quelle critiche, in quegli attacchi, c'è invece tutt'altro che la denigrazione di una società: io ci ho visto tutta l'amarezza della critica più difficile, quella nei confronti di un paese che si ama (noi italiani dovremmo conoscerla bene). O forse del Giappone va solo contemplata la delicatezza delle maniche dei kimono inumidite da lacrime di dame, ammirata la bellezza dei sakura in fiore, esaltato l'onore dei samurai? Vogliamo continuare a sbavare sui tatami o immergerci seriamente nel confronto con una cultura altra?

More about La cacca La cacca - storia naturale dell'innominabile
Ahahah! E' bellissimo. Si tratta di un libro illustrato dal formato bislacco, con copertina cartonata ed illustrazioni simpaticissime, dedicato al principale prodotto di scarto solido animale.
C'è un po' di tutto: dal suo colore al perché alcuni animali se la mangiano, c'è la sua forma e consistenza in relazione alla quantità d'acqua contenuta, c'è anche un piccolo corollario di guinness dei primati (c'è persino un animaletto che non la fa! Si chiama effimera, poverina, vive un giorno solo, e in questo giorno deve pensare a trovare il partner, accoppiarsi e riprodursi, figurati se trova il tempo di produrre cacca).


Sono stata AFFATTO breve. Ad ogni modo, termino questo post, perché con i libri successivi ho iniziato un altro percorso di letture libresche a cui volevo interessarmi da tempo e a cui dedicherò uno spazio a parte.