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mercoledì 9 giugno 2010

Bakuman, ovvero: la felicità di essere donna in occidente

More about Bakuman vol. 1 Di Bakuman, serie appena uscita in Italia, mi avevano parlato bene: divertente, fresco, interessante, per di più frutto del lavoro della coppia Takeshi Obata e Tsugumi Ohba, disegnatore e sceneggiatrice dell'ormai famigerato "Death Note".
In verità, già il primo tankobon mi ha scossa di brividi, e non me l'aspettavo. No, non erano i brividi d'impazienza che mi han fatta sussultare in Death Note... alla fine del volume, ero felice. Felice di essere donna in un paese europeo.
Sì, sembra estremamente presuntuoso uscirsene con una tale frase. Ma, d'altronde, i protagonisti del "sogno nipponico" narrato nel manga, quello di divenire mangaka, come ti sbagli, non potevano che essere maschi. E nel seguire i loro pensieri e i loro squarci di vita, nonché i loro rapporti con le ragazze, ho scoperto cosa significhi davvero la perfetta coincidenza:

Ma il nipponico maschio, lui non è un represso. Non viene distrutta in lui, fin dalla più tenera età, qualunque traccia di ideale. Possiede uno dei diritti umani fondamentali: quello di sognare, di sperare. E lo usa. Immagina mondi chimerici in cui è libero e padrone di se stesso.
La giapponese non ha questa fortuna, se è stata ben educata, come nel caso della maggior parte di loro. E' stata per così dire amputata di questa facoltà essenziale.

(Amélie Nothomb, "Stupore e Tremori")

Sì, è vero che anche quella scopa di protagonista femminile presente nel manga condivide, in un certo qual modo, il suo sogno con i mangaka in erba. Ma è un sogno che esiste in funzione di loro. E non ha la forza del sogno degli uomini. Perché? Il sogno della signorina (che porta lo stesso nome dei fagioli rossi giapponesi), quello di divenire una doppiatrice di anime nonostante la sua esagerata timidezza, esiste in quanto premio. Ma, figurarsi, non premio per se stessa: la realizzazione del suo sogno è legata alla promessa di darsi in sposa a uno dei giovani protagonisti. E questa è la cosa più significativa che afferma in tutto il volume. Per il resto, l'abilità della donne, si sa, consta principalmente nel rendersi invisibili, e lei ci riesce benissimo. Si nasconde dietro alla mammina se incontra il suo amoroso, arrossendo; pone come condizione al suo bello quella di non comunicare affatto fino a quando non si saranno completamente realizzati; fa parlare di sé come una ragazza educata in maniera impeccabile.
Di lei, l'aspirante sceneggiatore e studente modello Takagi, ecco cosa afferma:

Anche il suo sogno da doppiatrice. Ho l'impressione che abbia scelto un sogno normale per una "ragazza" come lei e adesso se lo stia godendo. Non sente la pressione del futuro come noi. [...] E ciò a cui aspira di più una "ragazza" è diventare una bella moglie, non fare carriera. E anche da sposata, come si conviene a una "donna", continuerà a mantenersi carina ed educata. Ma non per calcolo, le viene naturale, ed è per questo che secondo me è cento volte più intelligente di Iwase, la più brava della classe.
Quel fascino [di Azuki] è il risultato della ricchezza della sua famiglia e del suo cuore, una grazia che è frutto della sua intelligenza.

La verità è che, rileggendo il passo, le mani mi sono diventate fredde. Non solo è palpabile l'impronta estremamente maschilista che a quanto pare è una delle colonne portanti della società nipponica. Bakuman è un realistico spaccato dei sui difetti peggiori. Takagi non fa che parlare di ereditarietà. Ecco l'immobilismo sociale. I ragazzi decidono di sfondare all'età massima di 18 anni. Ecco l'inutilità dell'età di mezzo. Realizzandosi, diventeranno veri uomini. E affiora continuamente il maschilismo.
L'intento del fumetto parrebbe quello di scuotere le coscienze presentando loro un messaggio di speranza: "Vuoi diventare un banale impiegato?" chiede Takagi al suo compagno disegnatore. Mashiro, dal canto suo, riflette molto sul grigiume di quello che sarebbe il suo "percorso obbligato", il cammino già scritto per diventare l'obbediente formichina: studiare con dedizione, fare bella figura agli esami di ammissione, iscriversi a un ottimo liceo e ad un'università prestigiosa. E decide la sua personale ribellione: realizzerà invece il suo sogno. Trova la comprensione di chi pensava non lo avrebbe mai aiutato, mentre OVVIAMENTE sua madre, che è una donna, non può capire (citazione letterale), rappresenta l'unico ostacolo familiare, per fortuna abbattuto da subito, alla realizzazione delle sue speranze.

Insomma, un manga che si presenta rivoluzionario e verde di speranza, ma che di fatto è inzuppato fradicio di contenuti retrogradi, conservatori, tradizionalisti, in una parola sola PESSIMI. Ciononostante, col beneplacito di chi cortesemente me lo presta, continuerò la sua lettura. I manga sono letture sottovalutate, ma sono un contributo preziosissimo alla ricerca antropologica. Forse riusciremo a scoprire, in occidente, verso quale direzione si sta muovendo (se lo sta facendo) il popolo giapponese. Spero per loro, comunque, che sia almeno un po' meglio di ciò che immagino.
Fortunatamente, qualcosa d'altro è possibile. E di quel qualcosa d'altro scriverò a breve. Con entusiasmo.

venerdì 23 aprile 2010

Sai che fumetti! - L'angolino dei fumetti che meritano

Cominciavo a sentire l'esigenza di uno spazio apposito per le letture fumettose, di cui, mio malgrado, purtroppo seguo poco. In primo luogo per la mancanza di soldi: i fumetti sono sempre più costosi e necessitano di una certa costanza per essere seguiti. Tanti li trovi solo nei negozi specializzati, magari salti dei numeri e devi comprarli tutti assieme, e volano i quattrini... insomma, è quello che definisco un po' un finger, lascio al libero arbitro del lettore la scelta di dove quel finger vada a finire per provocare tanto fastidio.
Poche sono le serie che seguo in questo momento, e sono:
- Cyborg 009, dal fantastico sapore vintage (dio solo sa quanto volessi sposare Joe Shimamura... almeno quanto McGyver). Sono ferma al numero 3, ogni numero è un salasso, ma ha la sovraccoperta lucida e la carta è ottima. E poi, vuoi mettere, ha sul dorso una cosa che mi fa impazzire: aggiungendo i volumi si forma una figura completa! Mamma mia che bello.

- Keroro, fumetto scemotto ma divertente, e poi avevo trovato tutti i volumi in offerta a un euro a giornaletto

- One Piece, devo ancora leggerlo, per gentile prestito di un amico (grazie Fab) su cui a tempo debito scriverò le mie opinioni

-More about L'Immortale - 2 L'Immortale, di Hiroaki Samura, attualmente da me fermo al volume 2.
Sì, lo ammetto: tutto il preambolo era il rullo di tamburi per arrivare con maggior enfasi a questo. Perché è il fumetto che ho sempre sognato. Il disegno è uno spettacolo. Come dire, qui mi mancano un po' i vocaboli... estremamente dinamico, privo della solita morbidezza da fumetto mainstream, tuttavia non rigido. Mi vien da dire pittorico, ma non è proprio così. E' uno spettacolo. Se disegnassi, vorrei farlo così. Non intendo dire che vorrei essere "così brava", ma che quello stile è ciò a cui tenderei ad avvicinarmi il più possibile. "Tratto graffiato", ho letto in giro. Io lo apro e godo. Io sto al secondo volume e... non è che me ne freghi molto della storia, che pure è bella. Non riesco ad andare avanti con velocità perché è troppa la voglia di godermelo.

Poi, il protagonista, Manji, è un ronin, e già questa sua condizione di reietto me lo fa stare simpatico. Ma è l'uomo che sono nei miei sogni. Rough, disincantato, coperto di cicatrici dalla testa ai piedi, di indole "buona" ma anima persa, e, finalmente, un uomo che non si fa fregare dalle donne. E nemmeno che cede, le usa e poi le butta. Nono.
Questo almeno fino al secondo volume. Ammetto di aver un certo timore nell'andare avanti: ho paura che mi venga smontato il mito di Manji. Lui no, è il protagonista perfetto. Però...non posso certo rimanere a sfogliare quei due numeri che ho.
Il secondo numero è zeppo di combattimenti (sì, sì!), con cui Hiroaki Samura se la cava non magistralmente, di più. I combattimenti più fighi che fighi che fighi.
Speriamo che continui così. Manji, non deludermi, non farmi ricredere pure tu come tutti gli altri protagonisti. Sei perfetto. Vai vai vai.

giovedì 3 dicembre 2009

N.P.

More about N.P. Difficile dare un giudizio, sulla Yoshimoto, che mi appaia esaustivo. Leggere tre dei libri della sua produzione significa quasi leggerne uno solo di racconti, o almeno lascia lo stesso sapore.
N.P. è quello che, fra i tre che annovero fra le mie letture, davvero mi ha delusa maggiormente. Non che l'avessi così caricato d'aspettative. Ma almeno, mi aspettavo un romanzo.
Mi sono trovata invece davanti a qualche flash, in cui bozzetti di protagonisti si muovono veloci di scena in scena, scambiandosi chiacchiere vuote e soprattutto inutili, visto che ognuno pare conoscere esattamente cosa l'altro bozzetto di personaggio ha da dirgli.
La Yoshimoto ha uno stile che si sforza di essere immediato, forse giovanile, alcuni lo paragonano allo stile di un manga; forse ho ritmi troppo lenti e non riesco a starle dietro. Può darsi che il difetto sia mio in questo senso. Però rilevo una curiosa contraddizione. Il primo aggettivo che mi è venuto in mente per descrivere personaggi, scrittura e dialoghi è stato "naif". Tuttavia ho come l'impressione che nell'andare avanti voglia tornare indetro. Che nella sua semplicità, ingenuità, come la vogliamo chiamare, si nasconda qualcosa di tremendamente arretrato e pauroso. Come un pozzo attorno al quale sono cresciuti fiorellini. Difficile rendere più razionalmente la metafora e l'impressione, forse leggendo altri suoi libri potrò esserne in grado.
Ma quella allo stile non è l'unica critica che ho in serbo per N.P. Adesso, i contenuti.
C'è troppa carne al fuoco in questo libro, in particolar modo tenendo conto il fatto che non arriva nemmeno alle duecento pagine (e neanche tutte piene). In una trama dalle maglie deboli, i personaggi stilizzati si trovano di fronte a temi quali morte, sovrannaturale, sucidio, famiglia, incesti, empatia, anch'essi sviluppati con un tratto talmente leggero da essere invisibile, un abbozzo talmente sommario da essere però informe.
Il tema morte/suicidio forse è quello con i contorni più definiti, con qualche particolare un po' orrifico (sarò suscettibile, ma quello dell'osso mi ha fatto rabbrividire; mi ha fatto pensare a The Ring visto qualche giorno prima, stessa angoscia); viene trattato però con una pesantezza che non riesco a definire. Inesorabile, che non ha nulla di lirico. Vero, mi si può obiettare che probabilmente la morte non abbia davvero nulla di lirico, ma come resistere, come non dipingere anch'essa, soprattutto lei, di colori migliori? come non scegliere almeno quelli?

Intanto "Confessioni Di Una Maschera" è a metà e si lascia leggere che è una bellezza. Ah, Mishima. Inarrivabile (comincio ad essere seccante. Però era un genio).

P.S.
Ah, un peccato poi l'occasione sprecata per rendere più interessante la struttura narrativa. A quanto pare il centesimo racconto del libro "nel libro" (di quello in cui si parla nel romanzo insomma) non è altro che il romanzo stesso, cosa che si capisce poco e malissimo. Sarebbe stato un artificio interessante se sfruttato a dovere e meglio.

giovedì 26 novembre 2009

Memoirs Of A Geisha, ovvero: è gradito il lieto fine

More about Memoirs of a Geisha UkDevo ammetterlo: all'inizio ero scettica. Tendo a scartare opere non saggistiche che hanno la pretesa di raccontare con veridicità un mondo che non appartiene all'autore, in quanto distante culturalmente e geograficamente da luoghi e usanze di un mondo diverso dal suo. Per un semplice motivo: è più facile sbagliare in quest'intento, che non riuscire.
Per quanto riguarda Golden, sono tornata sui miei passi, e molto presto: il suo romanzo non solo è scritto con la maestria di chi sa come rapire gli occhi di un lettore, facendo in modo che il libro lo segua ovunque egli vada. È anche un ottimo testo per apprendere con piacere e con fatica irrisoria molte informazioni sulla vita delle geisha, che tanto hanno colpito l'immaginario occidentale ma di cui davvero poco l'occidente conosce e ha voglia di sapere.
È vera una cosa, ammetto anche questo: alcuni elementi lo rendono terribilmente accomunabile ad un romanzo rosa. Però è anche vero che le peripezie sofferte dalla povera Chiyo, la grettezza del mondo in cui si trova calata, così povero di sentimento, ti impietosiscono tanto da prendere a cuore la protagonista. Temevo il finale amaro, invece sono rimasta piacevolmente stupita dal lieto fine. Ci stava, ci stava.