venerdì 5 ottobre 2012

Stuck in a book più due parole sul supporto digitale

L'Ombra dello Scorpione è finito. E' stato terminato stanotte, fra il 3 e il 4 di ottobre, con una tazza di latte, cacao e biscotti mangiati compulsivamente per l'ansia di vedere come andasse a finire. 
E, diamine, nonostante i periodi di stagnazione in cui il libro sembrava non finire più -quanto odiavo, ad esempio, i pezzi in cui si parlava di Pattumiera!- , nonostante le critiche che gli ho mosso, bè... ci sono stata dentro un casino. Ho una sbronza libresca da fare paura. Come ne esco?! Ho i personaggi che mi ronzano ancora in testa vivissimi, a prescindere da ciò che succeda loro nelle vicende del libro: ho ancora Stu Redman che zoppica verso Boulder, Kojac che annusa nella neve, Tom Cullen che, cavoli, sì! Larry Underwood che guarda l'orizzonte oppresso dai rimorsi di coscienza, Nick Andros (mi è piaciuto molto) che comunica attraverso il suo blocco note, Randall Flagg ghignante dietro lo sguardo fisso di un corvo, Pattume, tremenda e imprevedibile forza del caos, che barcolla ustionato dalla sua follia piromane. 
Ho idea che il libro sia stato creato a regola d'arte per creare quest'effetto, l'affezione ai personaggi, magari usando dei cliché, scene pre-finale piuttosto cinematografiche, però è pur vero che bisogna esserne capaci. 
Alcune scene sono di tensione pura, e dopo questo assaggio ammetto che avrei paura a prendere in mano un libro di King veramente horror.
Plauso al finale semplice ma perfetto per merito dell'epilogo ne "Il circolo si chiude". 
Che dire? Bravo King. Alla fine mi sei piaciuto e il romanzo si merita le cinque stelline. 

Come farò a superare questa sbornia?!? Tiratemi fuori di qui! O forse no? Ma dovrò pur uscirne in qualche modo.

Ho comprato La Peste Scarlatta, il primo ebook acquistato da Amazon, e ho già cambiato le carte in tavola, sarà la mia prossima lettura. Ammesso che riesca a traslocare dal precedente libro. Prima o poi.

Visto che siamo entrati nel discorso ebook, ultimamente mi è capitato che la varie persone mi chiedessero, in maniera diretta per strada, indiretta tramite forum et similia, informazioni sugli e-reader: se sono maneggevoli, se si risparmia, se ne valga la pena e la spesa dell'acquisto.
La risposta? Sì, sì e sì.
L'opposizione degli amanti del cartaceo è strenua e dura a morire, ed anche abbastanza seccante, poiché l'errore in cui si incappa spesso è quello di definirsi amanti dei libri mediante l'attaccamento all'oggetto libro. Il feticista  dei libri non è necessariamente un grande e accanito lettore, e spesso è un lettore che se la tira, che mette il possesso del libro fisico innanzi tutto dimenticando (o ignorando) che uno degli aspetti più affascinanti del mondo di carta è la sua potenzialità di condivisione. E la condivisione digitale è più labile, vero, ma più capillare. Il feticista del libro si concentra sulla sua fisicità in questo mondo, in quello della realtà che lo circonda, in tutto ciò che è esteriore al libro, insomma, al volume, alla sua tridimensionalità, all'odore che emana: tutti aspetti che, una volta iniziata la lettura, si perdono, si dimenticano, sono assolutamente contingenti. Un libro è la proiezione di se stessi al suo interno, leggere un libro è entrare in un mondo, ed un volume è solo un portale, una soglia, poco importa che questo ingresso sia un po' sbiadito, puzzolente di muffa, odoroso di fresca stampa, dall'aspetto nostalgico oppure futuristico: dal momento in cui inizierà la mia lettura, la soglia verrà varcata e sarà lasciata alle mie spalle, e se un libro vale la pena di essere letto nemmeno mi sfiorerà l'idea di voltarmi per dare una nuova occhiata a quella soglia.
Sia chiaro che la mia non è una crociata contro il libro cartaceo, anzi. Trovo che un lettore serio riesca a usare con sincretismo tutti i supporti per poter leggere in maniera agevole in ogni occasione. Uno dei più grandi vantaggi del lettore e-book si può apprezzare in viaggio, quando in pochi grammi e centimetri è possibile avere l'imbarazzo della scelta di ogni tipo di lettura. Senza finire in viaggio dall'altra parte del mondo, il quotidiano spostamento del pendolare trae non poco giovamento dalla maneggevolezza di un e-reader, specie quando si tratta di letture di una certa mole. 
Ogni strumento può fornire un elemento in più, e non è vero che una biblioteca sopperisce al problema del risparmio di spazio casalingo dedicato ai libri e di denaro speso quanto può farlo un e-reader. Né tantomeno lo fanno i libri usati. Rovistare fra le bancarelle e gli scaffali polverosi di una libreria di usato (ma dove sono ormai?) è sempre un'esperienza molto piacevole, ed è possibile scovare, in quelle occasioni, delle vere perle rare a prezzi irrisori. Ma, oltre al fatto che la questione portabilità rimane aperta, non tutto ciò che si trova in cartaceo è presente in digitale, come non tutto che si trova in digitale può essere reperito cartaceo. 
E poi, diciamo la verità: non tutti i libri meritano di essere comprati. Non tutti sono degni di affollare una libreria personale, anzi i più meritano di essere scartati, se non altro perché una collezione è diversa da un mucchio di roba accatastata, e la selezione è un momento importante per costruire il proprio scaffale e poi compiacersene. Tuttora mi pento di aver acquistato alcuni libri che stanno lì, occupano spazio, frutto di scelte non oculate, quando al loro posto potrebbero essercene altri molto più interessanti. La lettura in e-book, poi, al pari di quella in biblioteca, non esclude l'acquisto, ma lo rende migliore, più selettivo, ancora più personale, ogni libro diventa circondato da un'aura quasi di sacralità. È lì che l'oggetto-libro diventa speciale, perché è legato a me, che l'ho scelto con cura, da un filo invisibile, è lì non solo perché è scoccata una scintilla irrazionale, ma perché deve meritarselo, perché quasi sicuramente sarà degno di una rilettura, di una consultazione, di una citazione, di una sottolineatura (sacrilegio! Dissero i feticisti del libro, eppure non ne dovrebbero apprezzare la fisicità? O è solo una scusa per nascondere una mania?)  
E il lettore e-book aiuta a rendere così speciale il rapporto fra il lettore e l'oggetto di carta. 
Di conseguenza, sono convinta che i timori degli accaniti bibliofili di una rivoluzione digitale in cui mucchi di pixel andranno a soppiantare definitivamente le versioni cartacee siano infondati. Magari i libri stampati diminuiranno, magari ci saranno molti più scrittori ed aspiranti in grado di bypassare le grandi case editrici e vendere come freelance i loro lavori, ed io lettrice sarò ben felice di finanziarli in maniera più diretta. Magari aumenterà ancora di più il divario fra le classifiche dei libri più venduti in libreria -il classico caso editoriale- e quelli più letti e apprezzati, nonché quelli dal maggior valore letterario, ma ormai è così da anni.
Fondamentalisti della carta, tutte scuse per mascherare la venalità!

giovedì 4 ottobre 2012

Avanti il prossimo!


Quasi finito l'Ombra dello Scorpione. Mancano 150 pagine. Mi dispiacerà lasciarlo andare, dura talmente tanto che rimarrò affezionata ai protagonisti e mi lascerà un hangover abbastanza pesante (Nick! Nick, perché?!?). D'altronde dopo mille e rotte pagine ti affezioni.
Il dubbio principale è però cosa fare dopo. La scelta migliore è quella di ricominciare un libro a ruota, in modo da non lasciar tempo all'astinenza di farsi sentire. 
Contando King siamo a sette libri su dodici; fra i rimanenti cinque (solo cinque?! Ci avevo preso gusto!) ho scelto, principalmente per la loro reperibilità:

Tenebre di Robert McCammon - paragonato all'Ombra dello Scorpione, probabilmente ispiratogli, i più affermano che non abbia la stessa verve. Altri sono entusiasti. La reperibilità cartacea di questo libro è scarsissima, credo non lo stampino più da anni. Non riesco neanche a trovare una trama, a meno di non cercarla con il titolo originale (Swan Song) forse perché non ho troppa voglia di cercarla, d'altronde meglio tenersi un po' di sorpresa in serbo per la lettura. 
Sono ben 600 pagine e non so se ho voglia di leggerle subito dopo King, preferirei staccare con qualcosa di più corto. Ovviamente l'ho trovato in ebook.




Il regno del sangue di Simon Clark - sembra abbastanza mediocre, ma potrebbe essere un buon intermezzo fra King e McCammon. C'è di mezzo roba di demoni, queste cose qua, un sacco di sangue, un sacco di sesso e una lettura veloce. Non è proprio quello che cerco in un libro, ma talvolta un volume di relax ci può stare. Senza pagarlo, è chiaro.






La peste scarlatta di Jack London - romanzo breve di non più di 100 pagine, non lo trovo in condivisione, ma vorrei comprarlo, sono curiosa di leggere un altro racconto apocalittico d'età un po' avanzata. Costa quattro euro, si può fare. Poi di London ho un buon ricordo, mischiato con la nostalgia di aver perso Zanna Bianca in giro perché lo portavo sempre con me (nota: ricomprare Zanna Bianca).







Cecità di José Saramago - ci spostiamo proprio su un altro piano. Ho idea che sia un romanzo toccante e bellissimo, e in effetti non so se ho proprio voglia di leggerlo ora che invece mi sto dando alla pazza gioia con letture un po' più disimpegnate. Forse me lo lascio come tredicesimo libro della sfida, quando giungerò al termine dei dodici fissati.







Un cantico per Leibowitz di Walter M. Miller - evviva, fantascienza! Pubblicazione nel 1959, tre raccontoni in sequenza temporale con salti di parecchi anni, i Monasteri unico rifugio della conoscenza, il mondo risprofondato nell'ignoranza e nella barbarie di un secondo Medioevo.
Non saprei dove collocarlo. Spero solo non mi faccia "effetto Fondazione". 










I trasfigurati di John Wyndham - evviva, fantascienza! Per il resto boh! Non so nient'altro, a parte il solito olocausto nucelare. Scatola chiusa. In ebook ovviamente, non avrei idea di dove trovarlo sennò, guarda quant'è vecchio. Prima edizione del 1955, penso che dopo un po' non l'abbiano proprio più ristampato.








Il lungo silenzio di Wilson Tucker - se l'ha ristampato Urania Collezione vuol dire che è entrato negli annali della fantascienza ed è probabilmente interessante, però sembrerebbe una cronaca di guerra e la prospettiva di leggere una cosa simile non è che mi faccia proprio andare in brodo di giuggiole.












Io sono leggenda di Richard Matheson - uno dei miei libri preferiti, dopo aver visto quel remake schifoso con Will Smith una rilettura ci sta tutta. 














Questo è quello che ho in programma, anche più del previsto, però non nego che ce ne sono almeno altri tre o quattro intriganti. Alcuni li ho scartati perché troppo lunghi, come Metro 2033 e Metro 2034, anche perché sono riuscita a trovare il secondo ma non il primo, ma ammetto che anche vedendolo in pubblicità su una qualche rivista ben prima di iniziare la sfida apocalittica m'è venuta voglia di infilarlo nei desiderata. Altri non li ho trovati o non li ho cercati bene, come La morte nell'erba, ma forse devo cercare meglio perché a quanto pare su Wikipedia è riportato come Morte nell'erba, senza l'articolo e ciò potrebbe aver falsato la ricerca. Anche questo è stato ristampato in Urania Collezione. Mi intriga un po' di più perché il virus responsabile dell'epidemia questa volta non colpisce in maniera diretta gli esseri umani, ma le piante erbacee causando scontri per i rifornimenti alimentari. In qualche modo devo trovarlo. Di un altro non mi ero proprio resa conto, Il seme inquieto, di Burgess (quello di Arancia Meccanica, per capirci... che comunque non ho letto). Già che è pubblicato da Fanucci mi da una buona impressione, c'è di mezzo una società despotica e militarista e pare intrigante. In qualche modo devo trovare anche questo. L'esercito delle 12 scimmie pensavo fosse ginormico, invece è sulle 2-300 pagine, l'avevo scartato per la mole ma ora che ho riguardato bene penso lo ricercherò e lo metterò in lista.
Ce ne sono altri... Picnic sul ciglio della strada, Nessuna tregua con i re (di Poul Anderson! introvabile, sigh), Addio Babilonia, La fortezza di Farnham (di Robert Heinlein!!!) ma niente, non sono riuscita a scovarli, neanche nelle biblioteche di Roma.

Mi attacco. Intanto il piano provvisorio è 
Il regno del sangue
La peste scarlatta ($)
Tenebre
Un cantico per Leibowitz
I trasfigurati
Io sono leggenda
Il lungo silenzio
Cecità




martedì 2 ottobre 2012

Profezie d'Apocalisse



Strano, ma la rilettura dickiana va avanti, d'altronde ci sarà un motivo se Dick è il mio scrittore preferito. Assieme a qualche lettura di stacco, estiva e non. Non mi dilungo su di esse, non ho colto l'occasione di farlo a mente fresca ed è difficile adesso ripercorrere le pagine già sfogliate mesi fa.

Una pietra miliare della mia carriera di lettrice è stata eretta quando ad aprile ho terminato i tre libri della Fondazione di Asimov, sentendomene piuttosto soddisfatta. Non ho mai provato grande attrazione verso Asimov, nonostante i temi fantascientifici siano fra i miei favoriti. Non so perché, forse mi intimorisce la mole della sua prolifica produzione. Approfittando però di una lettura collettiva di Altrove ho iniziato dalla sua trilogia. 


Non sono proprio entusiasmata dall'opera, francamente. E' senza dubbio godibile e ben studiata, ma i tempi sono troppo lunghi, è impossibile affezionarsi ai personaggi (ma, nonostante tutto, a qualcuno mi sono legata pur sapendo che sarebbe stata una meteora). Le vicende si susseguono su un piano molto politico, il che, per i miei gusti, rende la lettura fredda come un frigorifero. La vicenda del Mulo è stata la più avvincente e ho notato con piacere qualche parallelismo di questo personaggio con il protagonista del dickiano Cronache del Dopobomba.



Le letture di questi ultimi due mesi si incentrano su un unico tema. Si tratta della Sfida Apocalittica: l'obiettivo è quello di leggere un minimo (personale) di 12 libri a contenuto apocalittico, in preparazione all'Armageddon del 12 dicembre 2012, entro questa data, scegliendo i titoli in una consistente rosa di libri proposti.
Ho iniziato in sordina con La Nube Purpurea, di Matthew Phipps Shiel
More about La nube purpurea 
romanzo del primo novecento che risente abbastanza del suo secolo di età, della demarcazione di un confine piuttosto netto fra bene e male con simbologie appartenenti a questa o all'altra sponda della ragione talvolta seccante e un finale da deus ex machina abbastanza insensato. Tuttavia è un libro che mi è piaciuto molto e penso mi rimarrà in mente per molto tempo. Lo scenario è descritto in maniera vivida, la narrazione è in prima persona e molto intimista, barocca, se vogliamo, così ricca di orpelli, ma una che come me ha adorato la follia piromane del protagonista del Padiglione d'Oro,per quanto si tratti di due libri completamente diversi, non può non aver apprezzato i deliri di solitudine e la sua manifestazione incendiaria del novello Adamo di Shiel. Scorrendo i commenti di altri lettori su Anobii, molti non si sono saputi spiegare il suo comportamento insensato, che però a me pare perfettamente logico, nella sua follia.Cosa ci si aspetta da un uomo rimasto solo al mondo, circondato solo dalla morte e per di più un uomo che si sente manovrato da forze sovrannaturali, immense ed incontrastabili, molto più potenti di lui? Nella parte iniziale il misticismo aleggia attorno ai poteri bianchi e neri di cui egli stesso parla e si crea un'atmosfera un po' di Lovecraftiana memoria, che purtroppo nel corso del romanzo si perde. 
In conclusione si tratta di un libro prolisso e a tratti anche noioso, con molte incongruenze, fissazioni bibliche e un finale arrabattato, ma ben caratterizzato. Nonostante i suoi punti deboli, mi è piaciuto e mi ha colpita. Ho persino sognato un'apocalisse moderna con questa nube purpurea aleggiante nell'aria a distanza di qualche mese dalla lettura.


 Anni senza fine // Oltre l'invisibile // Camminavano come noi

E' stata poi la volta di Clifford Simak, con una fantascienza più recente. Di questa raccolta mi interessava, ai fini del percorso apocalittico, solo il primo romanzo, Anni senza fine, con una costruzione di una società abbastanza originale dominata dai cani che hanno preso il posto dell'uomo nel "dominio" del pianeta, anche se non è proprio corretto descriverla in questo modo. Ciò che mi ha colpita è la sfiducia profonda dello scrittore nei confronti della razza umana, incapace di elevarsi al di sopra della propria avidità e violenza nonostante ciò che di buono possa nascondere nel suo animo. Come se la "cattiveria" umana fosse qualcosa di assolutamente naturale, una legge imprescindibile a cui rassegnarsi. Abbiamo fatto di tutto per affidare i nostri tesori migliori ai cani, consegnando loro il testimone, istruendoli su ciò che di logico abbiamo costruito per poter fondare una società accanto ai quali coesistono robot in grado di sopperire alle lacune tecniche e logiche di cui mancano i nostri successori, ma a quanto pare, a livello civile, percettivo ed emotivo, i cani se la caveranno molto meglio di noi.
Non condivido granché questo pessimismo così profondo, ma il romanzo è godibile ed originale. 
Per contro mi è piaciuto fino ad esaltarmi il secondo romanzo, Oltre l'invisibile. Non si tratta di un libro a tema apocalittico, il filone è anzi quello dei viaggi nel tempo, e sicuramente è pieno di tanti di quei paradossi che io non riesco nemmeno ad immaginare -anche perché, intendiamoci, personalmente non sono mai stata brava a scovare i paradossi temporali: per me va tutto bene finché qualcuno non mi fa notare incongruenze anche elefantiache- ma anche in questo caso è un romanzo incentrato sulle percezioni ed emozioni del protagonista, Asher Sutton, che si susseguono nella narrazione nella quale il personaggio cresce ed assume sempre più consapevolezza di se stesso. Asher non è un uomo, in realtà: è l'unico a tornare indietro da una spedizione su 61 Cygni, dopo che la sua navicella si è schiantata contro la stella, uccidendolo nell'impatto. I viaggi nel tempo rendono la narrazione poco lineare e per questo anche difficilmente imprimibile nella memoria; la missione di Sutton è quella di consegnare all'umanità un grande dono di cui fazioni avversarie vogliono impadronirsi. Quello che mi ha però più colpita è il delineamento del personaggio di Asher Sutton, il suo spessore morale; egli ha travalicato l'umanità grazie al suo viaggio ed è diventato uber, un oltreuomo, un eroe braccato dai nemici dei grandi valori dell'uguaglianza, della dignità e del rispetto di ogni forma di vita, anche quella di un robot. Il rivoluzionario libro di Sutton insegnerebbe all'umanità a mettere da parte il proprio cieco orgoglio che fa sì che si consideri padrona dell'universo, subordinando a se stessa androidi, alieni, ogni altro essere. E così Sutton è braccato, affinché la società non possa essere cambiata, immobile nella sua ottusa determinazione allo sfruttamento di ogni cosa, persino l'altrui vita. I revisionisti non accettano alcuna rivelazione e tentano in più modi di uccidere Sutton, non coscienti di chi Sutton è realmente diventato. I pensieri del protagonista sono tormentati circa la sua missione e il modo in cui sarebbe meglio muoversi per compierla, e il tortuoso snodarsi degli eventi rispecchia i suoi affanni interiori. Sutton è un personaggio di cui mi sono innamorata, uno di quelli che entra nel gran Pantheon dei personaggi libreschi che non ti scrollerai mai di dosso, quelli che vorresti facessero parte di te e diventino un po' te perché hanno avuto qualcosa da insegnarti. Anche qui Simak non lascia trasparire una grande fiducia nel genere umano, è vero, ma il finale è un po' più rassicurante e speranzoso rispetto ad Anni senza fine, anche se in maniera piuttosto timida. Più che Sutton è probabilmente stato uno stimabile uomo lo scrittore che ha costruito questa figura così elevata. In effetti le sue sono opera di denuncia e critica contro guerre ed ogni forma di discriminazione, persino specista. Simak era un tipo in gamba con cui probabilmente sarei andata d'accordo. Mi piace.




   Cronache del dopobomba // Deus Irae

Anche Dick annovera produzioni post-apocalittiche, di cui una scritta a quattro mani con Roger Zelazny. In merito a Deus Irae ero particolarmente curiosa, poiché Zelazny mi aveva già fatto un'ottima impressione con le Cronache di Ambra, quindi chissà con una collaborazione del genere cosa ne sarebbe venuto fuori. 

Bè, in realtà una roba proprio strana. Un pout-pourri teologico bislacco, con una personificazione del male chiamata Lufteufel che è pure la manifestazione umana del Dio dell'Ira, contrapposto alla vecchia dottrina del Dio cristiano che mantiene intatta la sua speranza, la fede nel perdono, il sacrificio per la salvezza dell'umanità. Uno dei personaggi principali, il pittore focomelico Tibor McMasters, è costruito sulla falsariga di Hoppy Harrington di Cronache del Dopobomba. Insomma, su Deus Irae non ho molto da dire: in verità non so se non l'ho capito o se è una gran cagata. Forse sto iniziando a comprendere il finale, che però è stata la parte peggiore della lettura. Il libro è intriso di dualismo manicheo, facilmente deducibile dal fatto che esistono queste due fazioni così contrapposte, e i personaggi si perdono in elucubrazioni teologiche e filosofiche difficili. Gli eventi sono pressapoco i seguenti: in uno scenario post bombe nucleari in cui gli uomini vivono in piccole comunità e dividono il mondo con altre strane creature, la chiesa del Dio dell'Ira (chiamasi SCROFA, da pronunciare con spelling, grazie) incarica il suo artista McMasters di dipingere la cappella della chiesa della nuova religione possibilmente catturando la vera essenza della manifestazione divina in terra, Carleton Lufteufel, responsabile del lancio delle bombe che hanno ridotto il mondo ad un cumulo di macerie e radiazioni e pochi sparuti esseri viventi. Per raggiungere lo scopo l'inc(ompleto) parte per il suo sacro pell(egrinaggio) a bordo del suo carro con mucca, versione sfigata della Focomobile indipendente in possesso del più tecnologico Hoppy. Spaventato dall'idea del viaggio, McMasters pensa di convertirsi al cristianesimo, e vengono quindi presentati i personaggi della fazione cristiana. Ci ripensa e parte. Arriva a Lufteufel, ma... aspetta. Arriva a Lufteufel, davvero? Bè, lui pensa proprio di sì, il lettore sa la verità ma gli rimane comunque un gran senso di incompiuto a fine lettura. Soprattutto sul finale, molto alla "e quindi?". Lo sfondo è interessante, con tutte quelle creature frutto delle radiazioni e di tecnologia rivoltatasi contro i suoi stessi creatori: macchine riparatrici molto suscettibili, rotte ma orgogliose, computer affamati, rettili amichevoli ed insetti gradassi. Però è un libro difficile su cui tirare le somme, credo di essermi persa qualcosa per strada.




Cronache del dopobomba è invece più fruibile e forse uno dei migliori che abbia letto della produzione dickiana. Ho già parlato di quanto Hoppy mi ricordi il Mulo di Asimov: un personaggio deriso per e dalla sua fisicità, dalle sue menomazioni, fragile esternamente e con un'enorme voglia di riscatto che sfoga cercando di porre sotto il suo controllo dapprima l'intera comunità, poi il mondo intero. Certo, il fokky di Dick non costruisce un impero galattico, ma è ad un passo dallo spazzar via quel lume di speranza rappresentato da Dangerfield nel suo satellite orbitante, uno dei pochi elementi che garantisce coesione sociale ai gruppi organizzati di esseri umani dopo la catastrofe. Con lo scopo si sostituirsi a lui ed ottenere il rispetto e la considerazione che ha sempre desiderato, anche attraverso l'intimidazione. Il tutto sfruttando i suoi poteri psichici, la compensazione alle sue limitazioni fisiche, in grado persino di uccidere, altro elemento che lo lega e lo accomuna al personaggio del Mulo. 
Il Fokky è quindi senza dubbio il personaggio più interessante, ma sono tutti abbastanza ben delineati, tutti sull'orlo di crisi nervose, tutti a loro modo tormentati ed alcuni indiscutibilmente fuori di melone, come Bruno Blutgeld, che però... ha parecchie sorprese da riservare. 




Il popolo dell'orlo
Diamine, questo è troppo mormone! Si tratta di quattro o cinque racconti uniti fra loro nell'ambientazione, in alcuni personaggi, a livello di successione temporale, nella solita rinascita della società dopo una guerra nucleare. Ho avuto la prontezza di appuntare un commento sulla libreria Anobii, e lo riporto di seguito:


L'incipit dei racconti è intrigante così come lo svolgersi degli eventi. Si arriva però a punti in cui quasi ogni storia diviene irrimediabilmente stucchevole, ed intrisa di un sentimento religioso che non mi appartiene e che non posso comprendere né spesso condividere. L'ultimo racconto è forse quello che più si avvicina alla mia idea di misticismo, ma è costante la presenza di un sottofondo piuttosto moralista, sebbene voglia apparire illuminato dalla comprensione dell'umana debolezza e dall'idea della possibilità del perdono. I personaggi sono vividi e ben caratterizzati, ma i più interessanti, i più tormentati, diventano spesso prevedibili. Troppo "buoni", oserei dire a tratti disneyani. Esaltazione del valore della famiglia, dell'unione che fa la forza, del legame non tanto per la propria terra quanto per la propria patria (è diverso). E i cattivi rimangono i cattivi, senza grandi approfondimenti. Ad esempio, non molte parole sono riservate agli Irregolari, liquidati in poche righe come feccia della società. Bello il personaggio del ribelle Ollie, ma poco approfondito. 

Interessanti i due Teague, ma come già accennato, coinvolti in vicende dai risvolti davvero stucchevoli.

Insomma, la lezioncina morale è dietro l'angolo, ma non ha il mordente e gli alti ideali della critica di un Simak, che riesce ad andare oltre il concetto di divino, è un idealista di più ampio respiro. Questo qua è un mormone incallito anti-gay, come pretendi che possa scrivere qualcosa che parli di una comunione ben più profonda tra l'uomo e la terra e tutto ciò che contiene? Poi questi che si convertono così facilmente, ok Teague non è tra questi, ma... c'è sempre questa melassa che si insinua fra una riga e l'altra. 




 La Strada
Da La Strada di McCarthy mi aspettavo qualcosina di più, forse. Vi sono passi molto lirici, ma la situazione è talmente disperata che il viaggio risulta quasi un trattato scientifico, senza nulla cui aggrapparsi, la storia del cammino di un padre e un figlio verso una qualche forma di salvezza e umanità e la loro lotta per la sopravvivenza quotidiana, contro i demoni del freddo, della fame, della malattia, degli altri animali-uomo. Non l'ho trovato crudele, non l'ho trovato crudo più di quanto non trovi crudo un documentario. Lo stile è freddo (a parte quei momenti di poesia di cui accennavo) ed è una scelta che si armonizza bene con l'aridità della situazione, del pianeta che ormai ospita una manciata di esseri viventi: piante, animali, ogni cosa è per lo più morta e il declino della Terra a massa inerte di detriti senza vita pare inarrestabile. Mi è sembrato tutto molto naturale, la morte di ogni cosa e quindi i tormenti della fame e tutto ciò che di terribile si ci si possa aspettare da un animale uomo in via di estinzione, compresa la scena del neonato morto e arrostito allo spiedo. In tutta questa morte e decadenza un finale così proprio non me lo aspettavo. 




 L'ombra dello Scorpione
Eccoci al dunque, rimessi in pari con il romanzo in lettura. Di King avevo letto solo A volte ritornano, libro di racconti, e mi son dovuta confrontare per la prima volta con la mole colossale di un suo singolo volume. Ammetto che è a tratti molto provante. Si alternano guizzi interessantissimi sullo svolgimento delle vicende in cui vai avanti per 300 pagine senza staccare gli occhi dal foglio (elettronico, nel mio caso -a proposito, devo ricordarmi di scrivere un post sui vantaggi dei lettori ebook e "contro" i feticisti del libro come oggetto), insomma, momenti estremamente avvicenti e poi si cala nell'abisso della noia del flusso di pensieri inutilissimo di ogni personaggio. Per motivi editoriali la prima stampa del romanzo aveva subito un taglio netto di 400 pagine. Poi è uscita l'edizione integrale, quella che sto leggendo io, con mille e cento pagine e spicci. King, siamo sinceri: di quelle 400 pagine non se ne sentiva la mancanza. Ho l'impressione di percepire benissimo dove son passate le forbici per la prima edizione e dove sono state ritirate. Ci sono pagine e pagine di fuffa. Per carità, fuffa che arricchisce di dettagli, certe volte dici "oh guarda!", ma altre volte ti sale la nausea. Prolisso, eccessivamente dettagliato, diverse parti inutili. Ho un rapporto ambiguo con questo libro. In linea generale mi sta piacendo. Per ora sono quasi a pagina 800, non manca moltissimo.
L'aspetto che a mio avviso perde di più dell'eccessiva lunghezza e attenzione ai flussi di coscienza dei personaggi è che alla fine essi sembrano uniformarsi un po' tutti. Il più interessante è sicuramente, finora, Harold Lauder, il ciccione fallito, il più tormentato dall'intestina lotta fra il bene e il male, sebbene sia veramente insopportabile e desidero che crepi presto. Il mio preferito è invece Stu Redman, forse perché da subito l'ho immaginato con l'aspetto di un giovane Clint Eastwood. Vivo invece un'insanabile contraddizione nell'immaginare l'aspetto di Larry Underwood. All'inizio del libro la sua voce è definita simile a quella di un nero, e ho iniziato ad immaginarlo come Mario Biondi. Solo che Mario Biondi è pelato come un uovo sodo e l'autore continua a più riprese a farmi notare quanto sia capellone Larry Underwood. No King, non ci sto, Larry ha la faccia di Mario Biondi e la storia è chiusa,ok? Niente capelli, liscio come una palla da biliardo. I can really dig my man, baby. Intesi?
Nel complesso comunque è il libro post-apocalittico più completo che abbia letto fin d'ora, che non esaurisce il racconto alla diffusione della forza distruttiva ed annientatrice (un virus influenzale creato in laboratorio come arma biologica dagli Americani), né alla ricostituzione della società, ma va ben oltre, inserendo un enigmatico elemento mistico, un grande scontro fra bene e male di proporzioni gigantesche di cui la superinfluenza sembra solo un preludio. Sebbene questo dualismo bene-male così definito torni in altre opere (in Dick ad esempio), lì la dicotomia sembra essere una conseguenza dell'evento catastrofico, mentre qui è l'annientamento a sembrare come una "prima fase" della lotta fra le due forze che sembrano tirare le redini della sorte del mondo (forse è una situazione simile a quella di Shiel, dove però il misticismo ben presto si esaurisce). I sopravvissuti alla distruzione ritrovano loro stessi ed i loro simili grazie ai sogni, sogni vividi, intensi, premonitori, che li guidano e li radunano  attorno alle due figure totemiche, rappresentazioni del bianco e del nero. Come andrà a finire? 300 pagine lo sveleranno.
-Larry Underwood intento a cantare il suo grande successo prima della diffusione dell'epidemia di superinfluenza-

-Ti sbagli, non è Dexter, ma l'uomo nero Randall Flagg, il MALE!-

- Niente Gary Sinise, ecco il mio Stu Redman. Cavolo che figo... -
(bè dai Gary Sinise non ci sta male, ma vuoi mettere con Clint Eastwood?  ♥♥♥ )

giovedì 12 aprile 2012

That's amore.

Non scrivo qui da una vita, e credo di sapere il perché. Forse ve ne è più d'uno: una vita universitaria in netta ripresa, l'aver trovato uno spazio comune dove parlare di libri con qualcun altro in maniera tranquilla e in un ambiente familiare (si chiama La vita è altrove ed è un carinissimo forum a tema libri e letture, ma non solo, grazioso perché piccolino e spero rimanga tale per molto tempo ancora), il fatto di aver proseguito con letture sì gradevoli ma forse non entusiasmanti, lo dico col senno di poi. Non entusiasmanti almeno rispetto a ciò che ho ripreso in mano adesso, che è forse il mio autore preferito in assoluto, ebbene sì, lo ammetto e forse lo negherò quando incontrerò qualche altro autore valido che rapirà il mio cuore di lettrice, ma adesso il primato è solo per lui, per Philip K. Dick. 
Anni or sono, almeno sette, spesi parecchi soldi nell'acquisto di diversi suoi libri, ove potei ne ciulai qualcuno, ma li divorai con notevole voracità. Ciò che mi rimase da quelle letture per me così nuove e stupefacenti fu un senso di meraviglia per qualcosa di simile ad un abisso destabilizzante, qualcosa che forse erroneamente può essere definito un immenso pessimismo, ma che forse è improprio. E poi vaghi ricordi delle trame dei libri, che amai, ma più di tutti mi innamorai degli ambienti futuristici ma decadenti, del continuo ribaltamento di prospettive, della relatività di tutte le cose, dei personaggi inetti e dipendenti. 
E' indubbio che le opere di Dick siano molto nere e molto cupe. E quella che, fino ad una freschissima rilettura, consideravo la più cupa (senza ricordarne il perché) era Le Tre Stimmate di Palmer Eldritch, che apprezzai discretamente ma poco capii. 
La mia rilettura di Dick è iniziata dal suo romanzo che è sempre stato il mio preferito, Ubik, bello anche per via della sua copertina rosa shocking dell'edizione che possiedo, che avevo già letto almeno tre volte. Per fortuna la memoria mi aiuta nelle riletture, nel senso che dello svolgersi degli eventi e del finale ricordavo ben poco, e me lo son gustato come se fosse la prima volta. La mia ennesima immersione nel mondo di Ubik non ha cambiato di una virgola il mio parere, il libro è superbo, la vicenda costruita egregiamente. Lo amo di un amore viscerale.
Ciò che finora mi ha stupito invece (ed ho solo terminato il secondo romanzo! Me ne rimangono almeno 10 in mio possesso da rileggere, e fremo dai tesori che potrò trovarci) è stata la rilettura delle Tre Stimmate. Ho già spiegato perché ho scelto di rileggerlo fra i primi, e la mia scelta è stata saggia, poiché, non ricordavo, solo ora mi accorgo dei punti in comune che possiede con Ubik, ma di cui però è più compiuto. Forse mi sto ricredendo e il primato per il vertice del podio va alle Stimmate che scalza Ubik a sorpresa. 
Difficile esporre la trama del libro senza banalizzarlo o eliminare ciò che del libro stesso rappresenta la grandiosità. Meglio che in Ubik, dove il ribaltamento delle prospettive è presente in maniera forte, ma principalmente in determinati punti salienti del racconto ("Io sono vivo, voi siete morti", ed infine il destabilizzante finale), in Palmer Eldritch sembra di trovarsi di fronte al celebre quadro di Escher: cambi di prospettiva continui, esperienze assolutamente soggettive, piani di realtà continuamente intrecciati, intrecciati fra loro, intrecciati con illusioni, sogni che diventano realtà e realtà che si traspongono nelle illusioni. Il pessimismo e la cupezza che caratterizzano Dick qui non riesco a considerarli aspetti totalizzanti dell'opera: ampio spazio è invece riservato al dinamismo e alla tensione della lotta. Lotta contro delle forze inizialmente considerate malvagie in ambo i libri, ma che tuttavia poi si rivelano quasi naturali (o sovrannaturali, ma mai davvero "cattive": lo sono solo in relazione agli effetti sui protagonisti e non in senso assoluto, esattamente ciò che intendo con "naturali"). In Ubik è la forza distruttiva e sadica di Jory, nelle Stimmate è Palmer Eldritch o l'essere, la cosa che egli incarna. E per quanto sia vero che, soprattutto in Ubik, la visione sia quasi manichea, bianco e nero, la buona Ella che con Ubik aiuta Joe Chip ad uscire dal suo inferno e contrastare la "larva astrale" rappresentata da Jory, che con un'energia così potente e vitale risucchia le ultime scintille di vita dei suoi simili, per quanto sia vero che questa visione, dicevo, sia piuttosto manichea, l'estrema vitalità di Jory è una forza neutra e contro la quale l'unica via d'uscita è una lotta, una resistenza continua e strenua da parte dei semivivi e del loro Ubik. E la lotta nelle Stimmate è contro Palmer Eldritch, anch'esso una sorta di entità astrale negativa, ma non per sua volontà, e questo nell'opera diventa palese. Palmer è forse un essere di Proxima per la quale il possesso delle menti degli esseri umani e la comunione con essere è la sua modalità riproduttiva. 

[continua]

martedì 20 settembre 2011

Memory lost


Questo per sottolineare con un evidenziatore mentale quanto possano essere inutili i miei tentativi di creare percorsi, tracciare strade, segnare sentieri, plasmare l'informe, e così via.
Temo di essere una forza del caos: sembra che ogni tentativo nato da me per dare un ordine a qualsiasicosasia in realtà già di partenza sia destinato ad essere abortito e perdersi in un gomitolo di tutt'altro.
Niente di grave, ci sono abituata.
Cioè, è così, non ne faccio un dramma, è così da anni, non credo nemmeno sia il caso di sforzarsi di cambiare le cose.
Questo preambolo nasce per spiegare, molto semplicemente, cosa ne è di tutti i percorsi di lettura che con tanta fatica avevo tracciato, acquistando libri, richiedendoli in biblioteca, mettendoli in lista, e... ah, per la cronaca, la biblioteca mi ha interdetta per un mese dal prendere in prestito libri, visto che ho scordato di consegnarne uno per due mesi (ma ero in vacanza, con agosto di mezzo, in pieno relax post suicidio da studio intensivo e loro non mi hanno fatto nemmeno una telefonata per rammentarmelo, aggiungerei in mia difesa).
Insomma, chiaro che dal cammino principale una qualche deviazione sia consentita, ma pare che la mia capacità migliore sia quella di imboccare deviazioni e pure crearne di nuove, creando reti enormi in cui raccapezzarsi diventa arduo e la strada maestra ormai è perduta.
Tanto per fare un esempio, Colori proibiti, il libro di Mishima che tanto avevo bramato all'inizio del blog, quindi nel lontano novembre 2009, ancora è lì in attesa di essere letto da quasi due anni.
E, ancora per dire, mi hanno chiesto consigli per approfondire la letteratura giapponese... che non sono in grado di dare, ora come ora. Ci ho pensato, ci ho rimuginato su, il giorno, la notte, anche nel pomeriggio, ma, qualsiasi fosse la posizione del sole nella volta celeste, sembrava non influenzare affatto la mia capacità di elargire consigli sull'argomento.
Che fare? Tariamo la bussola? O continuiamo ad essere rapiti dalla malia della divagazione?
Per ora temo che l'unica strada percorribile sia la seconda, a meno che non voglia perdermi in una sorta di autoscontro mentale fra libri sgomitanti nell'attesa di essere letti; una divagazione della divagazione creerebbe ancora più panico. Quello che devo abituarmi a pensare è che se voglio intraprendere una strada, ciò che ha maggiore probabilità di accadere è esattamente ciò che ritengo che sia meno probabile che accada.
Mi spiego: mai stata appassionata di fantasy, nemmeno quando, verso i quattordici anni, mi divertivo ad andare in giro con maglie di dragoni versus maghi provvisti di scettri con Orb iridescenti, guerrieri in mutandoni di pelo ed elfi arcieri omosessuali, e ad ascoltare castrati di montagna che, con acuti gridolini mischiati a velocissimi riff miagolanti, ne decantavano le gesta. È vero, la saga di Discworld la volevo leggere da allora, ma non pensavo che ci sarei mai riuscita.
E invece, a distanza di più di dieci anni, fantasy e Discworld mi piombano per caso fra le mani, e mai me lo sarei aspettato, e quindi che fai? Non ne approfitti?
(Tra i vari eventi ad elevatissimo fattore di improbabilità, poi, è successo anche qualcos'altro che riguarda i giochi di ruolo e che non sto qui a spiegare, ma, tanto per dire, conferma la mia tesi.)
More about Il colore della magia È vero, Pratchett è ciò che di più lontano possa esistere dal fantasy da cui volevo stare alla larga, popolato solo dagli stereotipi dei classici guerrieri coi mutandoni di pelo, elfi omosessuali, ecc., e nel tentativo di classificarlo sono rimasta perplessa: è un fantasy variegato alla fantascienza? O forse non ho abbastanza familiarità con il fantasy che, una volta trovatone uno valevole e degno di lettura, decisamente al di là delle mie aspettative, stento a infilarlo nel cassetto mentale adibito allo scopo proprio perché non è il prodotto mediocre che associo di solito a questo genere?
La prima è un'ipotesi azzardata e forse errata (la seconda è più plausibile e forse giusta), però m'è venuta in mente analizzando il fatto che sulla scienza, o presunta tale, del Mondo Disco, creata dalla più che fertile immaginazione di Pratchett (devo rimarcarlo, che un mondo del genere è il parto di una mente umana, o stento a crederci anch'io), ci si potrebbe scrivere un libro intero. Cosa che, in effetti, è stata fatta, ho scoperto poi.
Su questa serie di libri, di cui ora ho letto solo i primi due, non ho nient'altro da dire se non noiose parole di elogio che risparmio, e, dimenticavo, che se terminassi qui la loro lettura per tornare sulla strada dei miei percorsi già in precedenza tracciati rischierei di fare ancora più casino. Meglio di no.
L'unico intermezzo consentito è la lettura delle Cronache di Ambra, di Roger Zelazny, cosa che tra l'altro va ancora a sostegno della mia tesi, visto che pensavo che non l'avrei letto almeno da qua a cinque anni almeno. Anche se una prova migliore sarebbe senz'altro stata la scelta de Lo Hobbit, dato che, saltando ancora una volta negli anni dei Blind Guardian, quando lessi l'ormai inflazionatissimo Signore degli Anelli, m'ero ripromessa di non toccare mai più un libro di Tolkien in tutta la mia vita. Ciò che ha dell'incredibile è che stavo per farlo, salvo l'intervento di una, chiamiamola, "forza esterna" che mi ha dissuasa ed insistentemente persuasa a tirar fuori Ambra dalla libreria.
Insomma, fantasy! Non l'avrei mai creduto.

Intanto, altri sentieri secondari sono stati diversi saggi di divulgazione scientifica, tutti molto piacevoli ed educativi.
Il mio percorso sull'Islam è andato, spero in maniera non definitiva, a farsi fottere con una lettura sul fondamentalismo islamico. Interessante, sì, ma non abbastanza; il fatto è che credo che io e i libri di storia abbiamo qualche problema ad intenderci. Ogni libro di storia che ho iniziato, carica di tutta la buona volontà che, mentalmente e fisicamente, potessi riversare su di esso, è stato chiuso prima del tempo in attesa di tempi migliori. Nonostante questo, ritengo il loro studio assolutamente necessario. Questo è il motivo per il quale Storia del Giappone è ancora fermo all'età dell'ascesa dei bushi, ma nel frattempo ho acquistato un altro libro di storia del Giappone di un autore diverso. Sembra idiozia, in realtà voleva essere un sublime sforzo di studiare gli eventi il più approfonditamente possibile: una volta finito di studiare come si deve il primo (con tanto di appunti scritti, s'intende), si passa alla lettura del secondo come ripasso e più a tempo perso. Le mie intenzioni sono buone, lo giuro.
Non essendo mai stato abbandonato seriamente (anime, articoli, manga & co. sono comunque una finestra aperta sulla sua cultura), il tema Giappone deve essere ripreso in mano il prima possibile a causa della mia odierna necessità di approfondire il periodo storico intorno al 1860, se non altro per capire qualcosa in più di alcuni manga che sto leggendo in questo istante.
Tutto il resto degli appuntamenti va a puttane, come sempre, ma tanto, quando mi dimenticherò di loro, quei libri saranno lì ad aspettarmi: ne hanno, di pazienza.

giovedì 3 febbraio 2011

Il punto

Non aggiorno mai a parte perché non ho stima di questo blog, o almeno non sempre, quindi non credo di far un grosso danno mancando qualche appuntamento. Al massimo un favore.
Poi perché dalle, che so, 20.54 posso continuare a farmi seghe mentali fino alle... boh, un numero a caso, 01:17 per esempio. E oltre. E tutto questo, pensa un po', nonostante la resistenza alla pressione che fanno i tasti "N" e "," perché degli spilli, non si sa come né quando, si sono incastrati in mezzo ai tasti. Che indefessa internauta.
Effettivamente sto iniziando a cedere, vediamo cosa si può fare.
Volevo semplicemente fare il punto dei libri letti finora ed appuntarmi un paio di cosette.
Prima, un paio di statistiche.
Anno 2010: letti 52 libri con un totale di 10444 pagine. Wow, non credevo.
Al principio del 2011 siamo ancora a 3, con 722.
Vediamo. Andando un po' a ritroso nelle letture troviamo:

- More about Il genio della bottiglia Il Genio della Bottiglia
Intorno capodanno ho comprato Focus. Sì, lo so, è un pessimo modo per iniziare un nuovo anno, e in condizioni normali meriterei severe punizioni per questo gesto apparentemente folle, come, ad esempio, una maratona notturna comprendente la visione forzata di Giacobbo e Mistero in combo. Insomma, no, non sono stati né l'indigestione di panettoni né una sbronza da prosecco a condurmi sul sentiero della pazzia: ero sobria. Ho comprato Focus perché era uscito assieme ad un'interessante edizione de Il Genio della bottiglia: la chimica del quotidiano e i suoi segreti. Interessante quantomeno per il prezzo. L'edizione Longanesi con copertina rigida, sovraccoperta e fette di culo vicino all'osso è tua al modico prezzo di venti e rotti euro, contro i tredici di Focus, bè... non rovinerà troppo la mia reputazione, per questa volta.
Il libro è carino, facilmente leggibile, sempre aneddotico al pari di "Come si sbriciola un biscotto", ma questa volta meglio strutturato ed interessante, forse anche perché, bè, nel frattempo la preparazione per l'esame di Biochimica a qualcosa sarà pur servita: magari non ad affrontare un ansiogeno colloquio (per quello non c'è preparazione che tenga: servono solo le benzodiazepine), ma a seguire meglio Schwarz sì, senza dubbio.
Il merito più grande dei libri di Schwarz ce l'ha sicuramente la lunghezza di ogni "articolo": è proprio il "tempo da bagno", quindi il mio consiglio è di tenerlo lì, proprio in quella stanza.

- More about Slaughterhouse-Five Mattatoio n°5
Il mio secondo, e più approfondito, incontro col genio ironico di Kurt Vonnegut. Difficile descrivere l'amara bellezza della sua scrittura: tutto è ironico e leggero, un pianto col sorriso sulle labbra. Tutto grottesco e di fatto ridicolo, ma... guai, guai a riderne davvero. Rassegnato, con un pizzico di disperazione.
È la storia di Billy Pilgrim, uomo qualunque di professione ottico, ex soldato nella seconda guerra mondiale, scampato alle atrocità della guerra e al bombardamento di Dresda, destinato all'illuminazione: dopo l'incontro con gli alieni di Tralfamadore, egli saprà la quarta dimensione. Vedrà il tempo nella sua interezza, come l'umanità intera non può fare, e sarà condannato a vivere e rivivere ancora gli eventi della sua esistenza, in quanto parte di una visione unica e d'insieme. E così Billy viaggia nel tempo e nello spazio: eccolo in guerra, disumanizzato, a terra assieme ai soldati, sdraiati in fila come cucchiai, al freddo di un vagone ferroviario. Eccolo al suo matrimonio, eccolo su Tralfamadore, in un susseguirsi di eventi in ordine del tutto casuale.
I punti salienti del libro sono troppi, Vonnegut è un autore di un acume e un'ironia tragica del tutto fuori dal comune. Eccellente. Forse persino da rileggere.

N.B.
Non è aria. È passato più di un mese, quasi due da quando ho lasciato a metà il post, e ancor più di tempo è passato da quando ho letto i libri più indietro di Slaughterhouse nr.5.
I libri successivi, di cui scrivo due righe per amor di completezza, ne meriterebbero molte di più, ma siccome sono una cazzona, bè, si dovranno accontentare. Magari aspettando tempi migliori.

More about L'amante
L'Amante di Marguerite Duras
Un bel pippone angosciante-introspettivo, di quelli che piacciono a me. Una scrittura un po' singhiozzante, ricca di flashback, un flusso di ricordi la cui atmosfera è pesante e un po' opprimente quanto l'aria umida sulle sponde del Saigon. Stilisticamente molto ricercato. Bello.
Ficcando il naso fra gli scaffali (sì, ho ricominciato a farlo, finalmente) ho visto che ne esiste una seconda edizione, direi più una riscrittura più tarda, dal titolo "L'amante della Cina del nord". Da leggere.

More about Leviathan
Leviathan di Scott Westerfeld
Piacevolissima sorpresa! Credevo di trovarmi dinanzi al solito fantasy per poppanti cavalcante l'onda della moda di turno (steampunk, nel caso specifico), invece è un bel romanzo, senza dubbio destinato anche ai giovani, ma costruito con una notevole cura, con un ben inquadrato sfondo storico. L'Europa è divisa nelle fazioni di Darwinisti e Cigolanti. I primi si sono divertiti a giocare a fare dio, ingegnandosi in ricerche genetiche ante litteram e sviluppando la loro tecnologia attorno alla vita. La più sensazionale scoperta sono i cosiddetti respiranti a idrogeno: esseri che, sviluppando grosse quantità del gas, possono essere sfruttati come palloni aerostatici o persino dirigibili. I secondi invece, accantonando DNA ed equilibri naturali, hanno preferito armeggiare con cilindri e pistoni e sviluppare tecnologie più classicamente motorizzate. La vicenda ruota attorno ai due giovani protagonisti, Deryn, giovane cadetta in incognito sul dirigibile Leviathan, al suo primo volo, e il legittimo erede al trono dell'Impero Austro-Ungarico Aleksander, fuggitivo.
Minuziose le descrizioni delle tecnologie e fervida l'immaginazione dell'autore nell'immaginare le stesse: davvero ottimamente costruito. Non vedo l'ora che esca il secondo volume.

More about Ciarlataneria e medicina
Ciarlataneria e Medicina di Giorgio Cosmacini
Interessante summa della storia dei "confini sfumati" della medicina, del suo rapporto col popolo e col mondo del "lavoro di mano", quello dei chirurghi, letteralmente, dei norcini, dei guaritori empirici. Molto bello, tocca ambiti storici, antropologici e sociologici, una chicca che bisogna leggere.

More about La chimica allo specchio
La chimica allo specchio di Roald Hoffmann
Saggio sulla chimica scritto da un premio nobel, di cui non ho condiviso più di qualche osservazione... però tutto sommato interessante da leggere, soprattutto per chi è interessato all'aspetto più speculativo riguardante il mestiere dello scienziato, all'etica, la deontologia, l'epistemologia e tutti questi pipponi che rasentino la filosofia in cui ogni tanto m'incarto (vedi le mie incazzature con le truffe dei medici omeopati -brrr solo a scriverlo mi vengon i brividi).

More about Sono razzista, ma sto cercando di smettere
Sono razzista ma sto cercando di smettere
Breve libro intelligente e di taglio anche storico-scientifico, ho apprezzato molto la scelta.

More about Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio
Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio
Notevole romanzo d'esordio dell'algerino Amara Lakhous, un bel noir che tocca un tema importante e vorrei scrivere anche tante altre belle cose ma non mi ricordo granché. Peccato. Mi ricordo che m'è piaciuto, ogni capitolo è la voce di uno dei personaggi, quasi ognuno è di diversa nazionalità: un melting pot, vediamo l'altro con gli occhi dell'altro e poi dell'altro ancora, e chissà quali sono le sue realtà e so solo che non verranno mai capite. Il caso del tizio morto è un pretesto per raccontare le altrui piccole realtà di isole, gli altrui piccoli e grandi problemi e la chiusura nostra ma anche di chi ci è vicino, noi che non possiamo e non vogliamo capire e altri che non vogliono, ma anche non possono, capire.





mercoledì 2 febbraio 2011

Dystopia

"Cosa succederebbe al mondo se...?" è un'interessante domanda, i cui "se", e le relative risposte, sono proposti in tutte le salse dalla letteratura fantascientifica (e non). "Cosa succederebbe al mondo se diventasse una merda", in particolare, è lo specifico campo di cui si occupa un particolare filone assimilabile alla letteratura fantascientifica, quello distopico. Filone quasi morbosamente affascinante, se non altro per la valutazione dell'effettivo valore predittivo che romanzi e racconti distopici possono celare.
Dopo aver letto, non senza personali, nefaste ma passeggere conseguenze, le due colonne portanti della letteratura distopica, i classici 1984 e Il mondo nuovo, e dopo aver compiuto una piccola ed essenziale ricerca su di essa, ho deciso finalmente che era il turno di Largo! Largo! di Harry Harrison, meno conosciuto ma inquietante forse in egual misura. O forse dovrei dire irritante.
A caldissimo, così, appena terminato, il libro non mi è piaciuto affatto: l'ho trovato superficiale, sia nella costruzione dei personaggi sia in quella della futura società distopica, ottusa, cieca, operante scelte ingiustificabili, un parto di mostri d'illogicità.
Di primo acchito, poi, lette sì e no una cinquantina di pagine, stentavo a proseguire: la scrittura era banale, senza guizzi, piatta, semplice narrazione lineare di eventi. In una sola parola noiosa. Ho dovuto affrettarmi nel leggerlo per non cedere alla tentazione di restituirlo.
Un po' più a freddo, però, riflettendoci sopra e chiacchierandone quella mezz'ora di più -tanto è bastato- forse... credo sia peggio di quanto credessi.
Mi spiegherò meglio tra breve.
Per quanto riguarda la "maniera", esistono due Largo! Largo! . La "parte prima" è effettivamente molto noiosa nella narrazione, dedicata all'introduzione di un "fatto noir", l'omicidio di un pezzo grosso dell'intrallazzo politico-malavitoso della distopica New York alle soglie dell'anno 2000, e alle indagini che il caso richiede. Poteva anche essere sostituita da due righe introduttive, o non esistere affatto, a mio avviso.
La seconda parte è di gran lunga migliore, più scorrevole in stile e contenuti e decisamente più stimolante.
Nello scenario di un mondo incontinente d'umanità, in cui il divario sociale è nettissimo e vede la maggior parte della popolazione povera, incolta, stipata e per lo più senza un tetto sulla testa da una parte, e dall'altra chi invece può ancora permettersi il lusso di stappare del whisky e rimanere a palle all'aria davanti ai condizionatori, si muovono dei personaggi ottusi, manchevoli di quei guizzi che io chiamo "d'umanità", ma che sono di rabbia fisiologica, di quell'individualità salvifica per la dignità propria e di quella collettiva. Ma nemmeno si possono definire dei disperati: essi non si pongono neanche il problema dello sperare in qualcosa di migliore. Forse talvolta, uno spiraglio. Nella donna, Shirl, che è in grado solo di utilizzare la sua avvenenza (e, ovviamente, i suoi genitali) per entrare, ogni volta che vuole, a far parte di quella ristretta élite di gente col tetto sulla testa e con buon cibo in bocca. Forse, nella sua povertà intellettuale ed incapacità nel non fare nient'altro se non cambiarsi d'abito o limarsi le unghie, qualcosa di buono c'è. Ma è minima, e soffocata dalla sua pochezza e dal suo disgustoso (esagero?) individualismo. Lei vuole la comodità, tutto ai suoi piedi, non le piace tirar la cinghia. E a chi piace, Shirl?
Brucia sicuramente una fiamma di rivolta nell'anziano Sol, ma destinata prevedibilmente ad essere soffocata (piccolo appunto: scusa Sol, mi stai simpatico, ma odio quel tuo modo smargiasso di approcciare le donne). Gli Anziani, forse per aver ricevuto il privilegio di un'istruzione, o qualcosa di simile, o forse perché hanno vissuto in periodi in cui un vero tessuto sociale, anche se forse in declino, esisteva ancora, sono gli unici rompiscatole esistenti. Gli unici con un barlume di, ecco la parola giusta: coscienza. Nel resto dell'umanità essa è invece sopraffatta dall'istinto di sopravvivenza, e dai disperati (ma senza consapevolezza) tentativi di rendere la vita meno aspra ed individualista. Come? Formando il proprio piccolo branco. E andando avanti così, come viene. Quasi per dovere. So it goes direbbe Vonnegut (ma non allo stesso modo, non allo stesso modo, mio buon Kurt).
Un certo tipo di personaggio "inetto" mi attrae molto. L'inetto, se così si può ancora definire, che mi piace, è quello che tende senza arrivare. Quello che prova ma non riesce, il frustrato, quello un po' fallito, in conflitto col mondo, ma, ecco il suo spessore: il conflitto col mondo, che come un calzino si rigira e diventa conflitto con se stessi e bam. In una confusione di elementi d'inettitudine, ma senz'ombra di contraddizione anche di superomismo, ecco IL personaggio della crisi. Da qui è a un passo lo sviluppo di interessanti "sottotipi" di vario genere (come a un passo è la perdita di punti di sanità mentale...).
Il personaggio invece più detestabile che possa mai incontrare in un libro (o film, o fumetto, o perché no nella vita) è l'inetto piatto. L'incosciente, l'idiota. L'automa. L'ottuso. Il detective Andy Rusch.
Il detective Andy Rusch, nel corso della storia, indaga sull'omicidio di Big Mike. E' un bravo poliziotto, Andy Rusch, già. Il vero braccio della legge. Tu ordinare, io fare. Non importa se hai a malapena tempo per respirare. Non importa se ti sbatti dormendo tre ore a notte e oltretutto quell'ulceroso di Grassioli ha anche da farti la predica. Non importa se ti costringono a lavorare ad un caso di rapina divenuto omicidio per sbaglio, mentre, vista quanta gente ora muore al minuto, tutti gli altri casi vengono chiusi appena aperti se non si riesce a trovare il colpevole in pochi giorni. La gente è troppa. Ma Big Mike aveva amici in politica. Che suono ha la parola "stipendio", in tutto ciò?
Sempre in prima battuta ho pensato che l'analisi del comportamento di massa operata da Harrison non reggesse per niente. E' in ballo da anni la convalida della legge sul controllo delle nascite, ma non si riesce ad attuare a causa della forte opposizione dei "conservatori". Allora, pensavo, non può essere. La gente povera sforna figli per avere aiuto nel lavoro. Generalmente nel campo dell'agricoltura. Ma siccome in questa società non c'è nulla da fare, né terra da coltivare, né cibo da procacciare (è razionato così come l'acqua) non ha senso che le persone continuino a far bambini. Perché dovrebbero?
Tutto giusto se non ci fosse un divario sociale tanto profondo. Perché quella condizione è alienante, ma mai alienante quanto il rimanerci soli. Tanto che rileggendo il pezzo in cui Sol si rimbocca le maniche per partecipare ad un'azione di protesta contro i conservatori, ho dei dubbi sull'interpretazione che ho dato ai discorsi del vecchio. Pensavo che Sol fosse semplicemente il mezzo col quale l'autore parlasse e dicesse la sua (su ecologia, sfruttamento, sovrappopolazione... e così via). Ripensandoci, non so.
- E' quella che chiamano la legge uccidi-bambini?
- Che cosa? - gridò Sol [...] - Un branco di cretini, ecco cosa sono. Gente con la testa ancora fossilizzata nel medioevo, e i piedi fossilizzati. In altre parole, i fessi.
- Ma Sol, non potete obbligare la gente a praticare una cosa nella quale non crede.
Il discorso continua, e Sol dice un sacco di cose molto sensate. Ma se la sua parte di ragione la avesse anche Shirl (sic!)?
Ho letto 1984 ormai diversi anni or sono, ed in fretta. Un libro superbo, eccezionale. Ma dio solo sa (o chi per lui) quanto abbia dormito male quelle notti. Il suo vivido scenario da incubo mi perseguitava anche in sogno. Così mi son dovuta sbrigare a terminarlo, e ricordo solo vagamente caratterizzazione e destini dei vari personaggi. Una cosa però me la ricordo bene: Smith (si chiamava così il protagonista?), al contrario di Rusch, era vivo. La società era viva: il Ministero dell'Amore, i lavaggi del cervello, le torture, le abiure, esistevano perché i ribelli continuavano ad esistere. Ne potevi far fuori uno, ne potevi convertire un altro, ma loro erano. Indiscutibilmente. Pur nella sua terribile condizione, l'umanità conserva in sé il seme della speranza. Ed è sua innata caratteristica!
In Largo! Largo! l'umanità è già morta, il mondo già finito. L'unico a mantenerne (Sol a parte), paradossalmente, una sua cosciente visione è un personaggio marginale, Peter, il folle. Fissato con la fine del mondo, non fa altro che dar noia sciorinando frasi bibliche sull'Apocalisse e sulla grande prostituta Babilonia.

-Forse avete sbagliato secolo, - disse Andy tenendo l'uomo per il gomito e guidandolo fuori della folla. - E' passata la mezzanotte, il nuovo secolo è già cominciato, nulla è cambiato.
-Nulla è cambiato? - gridò Peter. - Ma questa deve essere la Fine del Mondo, il Giudizio Universale! Deve esserlo! - Terrificato si divincolò, liberando il braccio dalla stretta di Andy e stava per allontanarsi, ma fece un passo soltanto e si voltò. -Per forza, deve finire!- gli gridò con voce straziante. Come può, un mondo come questo, andare avanti per un altro migliaio di anni, così? Così?

Non me la sento di dire che si tratta di un libro brutto. E' che in realtà speravo che fosse semplicemente un libro brutto, tentavo di convincermene, perché so che esiste qualcosa di peggio: un libro disperato.

P.S.
Grazie a Danilo per l'interessante chiacchierata: tu riesci sempre a guardare oltre!