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mercoledì 2 febbraio 2011

Dystopia

"Cosa succederebbe al mondo se...?" è un'interessante domanda, i cui "se", e le relative risposte, sono proposti in tutte le salse dalla letteratura fantascientifica (e non). "Cosa succederebbe al mondo se diventasse una merda", in particolare, è lo specifico campo di cui si occupa un particolare filone assimilabile alla letteratura fantascientifica, quello distopico. Filone quasi morbosamente affascinante, se non altro per la valutazione dell'effettivo valore predittivo che romanzi e racconti distopici possono celare.
Dopo aver letto, non senza personali, nefaste ma passeggere conseguenze, le due colonne portanti della letteratura distopica, i classici 1984 e Il mondo nuovo, e dopo aver compiuto una piccola ed essenziale ricerca su di essa, ho deciso finalmente che era il turno di Largo! Largo! di Harry Harrison, meno conosciuto ma inquietante forse in egual misura. O forse dovrei dire irritante.
A caldissimo, così, appena terminato, il libro non mi è piaciuto affatto: l'ho trovato superficiale, sia nella costruzione dei personaggi sia in quella della futura società distopica, ottusa, cieca, operante scelte ingiustificabili, un parto di mostri d'illogicità.
Di primo acchito, poi, lette sì e no una cinquantina di pagine, stentavo a proseguire: la scrittura era banale, senza guizzi, piatta, semplice narrazione lineare di eventi. In una sola parola noiosa. Ho dovuto affrettarmi nel leggerlo per non cedere alla tentazione di restituirlo.
Un po' più a freddo, però, riflettendoci sopra e chiacchierandone quella mezz'ora di più -tanto è bastato- forse... credo sia peggio di quanto credessi.
Mi spiegherò meglio tra breve.
Per quanto riguarda la "maniera", esistono due Largo! Largo! . La "parte prima" è effettivamente molto noiosa nella narrazione, dedicata all'introduzione di un "fatto noir", l'omicidio di un pezzo grosso dell'intrallazzo politico-malavitoso della distopica New York alle soglie dell'anno 2000, e alle indagini che il caso richiede. Poteva anche essere sostituita da due righe introduttive, o non esistere affatto, a mio avviso.
La seconda parte è di gran lunga migliore, più scorrevole in stile e contenuti e decisamente più stimolante.
Nello scenario di un mondo incontinente d'umanità, in cui il divario sociale è nettissimo e vede la maggior parte della popolazione povera, incolta, stipata e per lo più senza un tetto sulla testa da una parte, e dall'altra chi invece può ancora permettersi il lusso di stappare del whisky e rimanere a palle all'aria davanti ai condizionatori, si muovono dei personaggi ottusi, manchevoli di quei guizzi che io chiamo "d'umanità", ma che sono di rabbia fisiologica, di quell'individualità salvifica per la dignità propria e di quella collettiva. Ma nemmeno si possono definire dei disperati: essi non si pongono neanche il problema dello sperare in qualcosa di migliore. Forse talvolta, uno spiraglio. Nella donna, Shirl, che è in grado solo di utilizzare la sua avvenenza (e, ovviamente, i suoi genitali) per entrare, ogni volta che vuole, a far parte di quella ristretta élite di gente col tetto sulla testa e con buon cibo in bocca. Forse, nella sua povertà intellettuale ed incapacità nel non fare nient'altro se non cambiarsi d'abito o limarsi le unghie, qualcosa di buono c'è. Ma è minima, e soffocata dalla sua pochezza e dal suo disgustoso (esagero?) individualismo. Lei vuole la comodità, tutto ai suoi piedi, non le piace tirar la cinghia. E a chi piace, Shirl?
Brucia sicuramente una fiamma di rivolta nell'anziano Sol, ma destinata prevedibilmente ad essere soffocata (piccolo appunto: scusa Sol, mi stai simpatico, ma odio quel tuo modo smargiasso di approcciare le donne). Gli Anziani, forse per aver ricevuto il privilegio di un'istruzione, o qualcosa di simile, o forse perché hanno vissuto in periodi in cui un vero tessuto sociale, anche se forse in declino, esisteva ancora, sono gli unici rompiscatole esistenti. Gli unici con un barlume di, ecco la parola giusta: coscienza. Nel resto dell'umanità essa è invece sopraffatta dall'istinto di sopravvivenza, e dai disperati (ma senza consapevolezza) tentativi di rendere la vita meno aspra ed individualista. Come? Formando il proprio piccolo branco. E andando avanti così, come viene. Quasi per dovere. So it goes direbbe Vonnegut (ma non allo stesso modo, non allo stesso modo, mio buon Kurt).
Un certo tipo di personaggio "inetto" mi attrae molto. L'inetto, se così si può ancora definire, che mi piace, è quello che tende senza arrivare. Quello che prova ma non riesce, il frustrato, quello un po' fallito, in conflitto col mondo, ma, ecco il suo spessore: il conflitto col mondo, che come un calzino si rigira e diventa conflitto con se stessi e bam. In una confusione di elementi d'inettitudine, ma senz'ombra di contraddizione anche di superomismo, ecco IL personaggio della crisi. Da qui è a un passo lo sviluppo di interessanti "sottotipi" di vario genere (come a un passo è la perdita di punti di sanità mentale...).
Il personaggio invece più detestabile che possa mai incontrare in un libro (o film, o fumetto, o perché no nella vita) è l'inetto piatto. L'incosciente, l'idiota. L'automa. L'ottuso. Il detective Andy Rusch.
Il detective Andy Rusch, nel corso della storia, indaga sull'omicidio di Big Mike. E' un bravo poliziotto, Andy Rusch, già. Il vero braccio della legge. Tu ordinare, io fare. Non importa se hai a malapena tempo per respirare. Non importa se ti sbatti dormendo tre ore a notte e oltretutto quell'ulceroso di Grassioli ha anche da farti la predica. Non importa se ti costringono a lavorare ad un caso di rapina divenuto omicidio per sbaglio, mentre, vista quanta gente ora muore al minuto, tutti gli altri casi vengono chiusi appena aperti se non si riesce a trovare il colpevole in pochi giorni. La gente è troppa. Ma Big Mike aveva amici in politica. Che suono ha la parola "stipendio", in tutto ciò?
Sempre in prima battuta ho pensato che l'analisi del comportamento di massa operata da Harrison non reggesse per niente. E' in ballo da anni la convalida della legge sul controllo delle nascite, ma non si riesce ad attuare a causa della forte opposizione dei "conservatori". Allora, pensavo, non può essere. La gente povera sforna figli per avere aiuto nel lavoro. Generalmente nel campo dell'agricoltura. Ma siccome in questa società non c'è nulla da fare, né terra da coltivare, né cibo da procacciare (è razionato così come l'acqua) non ha senso che le persone continuino a far bambini. Perché dovrebbero?
Tutto giusto se non ci fosse un divario sociale tanto profondo. Perché quella condizione è alienante, ma mai alienante quanto il rimanerci soli. Tanto che rileggendo il pezzo in cui Sol si rimbocca le maniche per partecipare ad un'azione di protesta contro i conservatori, ho dei dubbi sull'interpretazione che ho dato ai discorsi del vecchio. Pensavo che Sol fosse semplicemente il mezzo col quale l'autore parlasse e dicesse la sua (su ecologia, sfruttamento, sovrappopolazione... e così via). Ripensandoci, non so.
- E' quella che chiamano la legge uccidi-bambini?
- Che cosa? - gridò Sol [...] - Un branco di cretini, ecco cosa sono. Gente con la testa ancora fossilizzata nel medioevo, e i piedi fossilizzati. In altre parole, i fessi.
- Ma Sol, non potete obbligare la gente a praticare una cosa nella quale non crede.
Il discorso continua, e Sol dice un sacco di cose molto sensate. Ma se la sua parte di ragione la avesse anche Shirl (sic!)?
Ho letto 1984 ormai diversi anni or sono, ed in fretta. Un libro superbo, eccezionale. Ma dio solo sa (o chi per lui) quanto abbia dormito male quelle notti. Il suo vivido scenario da incubo mi perseguitava anche in sogno. Così mi son dovuta sbrigare a terminarlo, e ricordo solo vagamente caratterizzazione e destini dei vari personaggi. Una cosa però me la ricordo bene: Smith (si chiamava così il protagonista?), al contrario di Rusch, era vivo. La società era viva: il Ministero dell'Amore, i lavaggi del cervello, le torture, le abiure, esistevano perché i ribelli continuavano ad esistere. Ne potevi far fuori uno, ne potevi convertire un altro, ma loro erano. Indiscutibilmente. Pur nella sua terribile condizione, l'umanità conserva in sé il seme della speranza. Ed è sua innata caratteristica!
In Largo! Largo! l'umanità è già morta, il mondo già finito. L'unico a mantenerne (Sol a parte), paradossalmente, una sua cosciente visione è un personaggio marginale, Peter, il folle. Fissato con la fine del mondo, non fa altro che dar noia sciorinando frasi bibliche sull'Apocalisse e sulla grande prostituta Babilonia.

-Forse avete sbagliato secolo, - disse Andy tenendo l'uomo per il gomito e guidandolo fuori della folla. - E' passata la mezzanotte, il nuovo secolo è già cominciato, nulla è cambiato.
-Nulla è cambiato? - gridò Peter. - Ma questa deve essere la Fine del Mondo, il Giudizio Universale! Deve esserlo! - Terrificato si divincolò, liberando il braccio dalla stretta di Andy e stava per allontanarsi, ma fece un passo soltanto e si voltò. -Per forza, deve finire!- gli gridò con voce straziante. Come può, un mondo come questo, andare avanti per un altro migliaio di anni, così? Così?

Non me la sento di dire che si tratta di un libro brutto. E' che in realtà speravo che fosse semplicemente un libro brutto, tentavo di convincermene, perché so che esiste qualcosa di peggio: un libro disperato.

P.S.
Grazie a Danilo per l'interessante chiacchierata: tu riesci sempre a guardare oltre!

venerdì 16 aprile 2010

Varie 2

Sono rimasta molto indietro con l'aggiornamento dei libri letti. Cerchiamo di metterci al passo.
Ancora procedendo dal più "vecchio" al più recente, breve carrellata:

More about I bottoni di Napoleone I Bottoni di Napoleone
Questo è un libro da non perdere, per gli amanti e non della divulgazioni scientifiche. Si tratta di uno di quei libri con i quali puoi fare il figo al bar con gli amici raccontando loro che, ad esempio, lo stagno al di sotto di una certa temperatura tende a cambiare forma allotropica, disgregandosi lentamente e diventando dunque un mucchio di polvere biancastra. E non solo: con un viaggio attraverso alcune delle molecole più importanti nella storia dell'umanità, fra cui fenoli, coloranti, zingerone e cellulosa, solo per citarne un po', gli autori propongono una breve storia legata ad ognuna di esse accompagnata da curiosità sul loro comportamento e relative formule di struttura. Ciò che ho apprezzato dell'opera è stato proprio questo. Vedo la chimica un po' snobbata nel campo stesso della divulgazione scientifica, tanto intenta a far conoscere al pubblico supernovae, relatività, evoluzione ed equazioni che hanno cambiato il mondo. Per carità, tutto giusto. Ma la chimica? Eppure è dappertutto. Le formule di struttura sembrano più affini ai geroglifici che non il parlare di fisica quantistica. Gli autori del libro non si sono lasciati spaventare da questo, e hanno proposto le relative formule corredate di chiavi per imparare a leggerle, di modo da porre l'accento anche su cosa significa concretamente il fatto che un composto sia fatto proprio così. L'esempio più eclatante e ben fatto si trova nel capitolo dedicato alla seta, in cui è ben illustrato come essa riesca ad essere tanto liscia, lucida e scivolosa.
Pregevole anche il fatto di aver dato importanza alle affinità fra sostanze differenti e alla correlazione che queste possano avere in relazione alle proprietà delle molecole stesse.
Insomma, è un bel libro ben scritto da chimici -e si sente che sono chimici- che hanno, a mio avviso, saputo cogliere perfettamente cosa la chimica "ha da dire" anche a chi è più lontano dal settore.
Inutile dire che per chi, come me, ha scelto di fare della chimica il proprio settore di studio principale, è un libro da leggere ASSOLUTAMENTE ed il prima possibile, e da tenere nella propria libreria in consultazione.

More about Acido solforico Acido Solforico
Se ci sono libri a cui non riesco a resistere sono quelli sulle distopie. Generalmente mi terrorizzano e affascinano al tempo stesso. Anche Acido Solforico mi ha dato le stesse sensazioni. Questo è stato il mio primo incontro con la scrittura di Amélie Nothomb, che, di primo acchito, mi è sembrata un po' troppo secca, ma solo perché ormai ai romanzi d'introspezione fronzoluta ci avevo fatto troppo la bocca.
Questo romanzo reca con sé un messaggio di speranza che però, al tempo stesso, riesce a mettere i brividi. Lo scenario non è molto distante da quello della vita reale: una vita "normale" di una ragazza "normale", immersa in un mondo in cui spopolano i reality show, adorati, odiati e criticati ma sempre e comunque seguiti con passione, di qualsiasi passione si tratti. Repentina la cattura della giovane in una retata per l'abominevole Concentramento, il nuovo reality che simula -simula?- le condizioni di prigionieri e kapò in un lager. Si segue dunque la nuova vita di Pannonique come matricola anche con l'occhio di una povera, sciocca kapò, Zdena. Povera Zdena, non le pare vero di essere scelta, finalmente, per la prima volta in tutta la sua vita, fra tanti aspiranti per ricoprire un ruolo di responsabilità. In un climax di situazioni tremendamente surreali, fra vita e morte, fra l'istupidimento collettivo della droga televisiva e la trombonaggine ottusa e sensazionalistica dei giornali e dei media tutti, l'esito è la fine dell'incubo sancita proprio grazie ad un incredibile, inaspettato gesto di Zdena.
E tutto torna come prima: la normalità.
Mi ha fatto paura.
Non tanto la vicinanza della finzione alla realtà odierna. Sì, anche quello, d'altronde una delle caratteristiche più spaventose (e, torno a ripetere, affascinanti) della letteratura distopica è proprio la similitudine con alcune, se non molte, delle situazioni reali e tangibili.
La domanda, avvolta in una rada nebbiolina di disperazione, che mi è sorta spontanea al termine di questo libro è stata: "nelle mani di chi siamo?"
"Popolo, sei 'na monnezza!". Sì, Acido Solforico mi ha depressa e lasciato in bocca un acre sapore di sfiducia. Eppure, a pensarci bene, forse vorrebbe trasmettere il contrario. Chissà.

More about Buono da mangiare Buono da Mangiare - enigmi del gusto e consuetudini alimentari
Interessante libro, scritto dall'antropologo statunitense Marvin Harris, che si interroga su quali siano le vere cause (e concause) di tabù e preferenze alimentari. Si passa dalle vacche sacre indiane all'adorazione tutta made in U.S.A. per l'hamburger di puro manzo, dall'impurità suina al disgusto "occidentale" per la carne di cavallo, passando per intolleranze al lattosio, la predilezione per i pet sino al capitolo sul cannibalismo. Al di là delle solite anglo-americanissime considerazioni su quanto sia migliorata la nostra vita da quando mangiamo molta più carne -su cui ho diverse obiezioni e anche un po' di dubbi, pur non essendo fautrice del vegetarianesimo tout court- l'opera è molto interessante. Harris cerca di spiegare come ambiente, condizioni di vita e necessità dei vari "gruppi umani" abitanti in un dato luogo possano letteralmente forgiare, nel tempo, l'abitudine alimentare.
Ho notato poi che un filo rosso unisce le varie opere di saggistica che ho letto negli ultimi tempi: l'imperialismo e il colonialismo delle potenze occidentali. Suppongo che il picco arriverà con Orientalismo. Però, mi si permetta la bassezza linguistica, mamma mia che merda. Domanda banale e idiota, ma non riesce a balenarmi nient'altro in mente quando in qualche modo mi approccio al tema: com'è possibile? E soprattutto ora si continua a blaterare di debiti esteri e con nonchalance di cacciare gli immigrati fuori dai confini... Ma che cazz...? Sarà pur vero, e me ne rendo conto, che non è così semplice. Ma se invece fosse più semplice di come sembra?
Sì, quest'ultimo capoverso sembra privo di senso: è perché non voglio approfondire il tema. Sarebbe troppo lungo e non ho abbastanza basi. Ci lavorerò sopra. Ho molta voglia di contrassegnare ancora qualche post con l'etichetta I wanna revoluscion.
Insomma, tornando a Harris, fa veramente ri-brez-zo nel capitolo sul cannibalismo. Hai presente gli aborigeni col pentolone sul fuoco? Ecco. Peggio! Corpi divelti, braccia strappate, scene da blood and gore. Una schifezza abominevole. Per me che ho l'abitudine di leggere i libri mentre faccio colazione, è stata una vera sofferenza. Meno male che era alla fine del libro.

More about Stupore e tremori Stupore e Tremori
Eccomi alla lettura del mio personale secondo libro della Nothomb. Lontani dalle terribili e disumane atmosfere di Concentramento, ci immergiamo nella realtà lavorativa dell'azienda giapponese vista con gli occhi di Amélie, nata in Giappone ma vissuta in altre terre, tornata infine nel suo paese natale realizzando il sogno di lavorarvici. Il libro è chiaramente autobiografico e dunque ispirato a vicende di vita vissuta, seppure con un certo gusto iperbolico nel riportare gli eventi.
Queste cento pagine scarse sono fantastiche. Il suo stile tagliente, sarcastico, è unico. Amaro ma divertente al tempo stesso. Vorrei "demolire" con un "ma che cazzo stai a dì" l'opinione (tanto sto spazio è mio, si può fare, e aggiungerei "ah ah") di un'utente anobiiana che definisce il libro:

"Macchiettistico.Inopportuno: la denigrazione di una società, di una cultura, possiede sempre qualcosa di sinistro."

Nulla, e ripeto, nulla di più falso per quanto riguarda questo libro. Certamente, come ho già spiegato, la narrazione è iperbolica, caricaturale, irriverente, la mano è un po' calcata, ma dietro ad una caricatura si riesce a percepire la verità, senza contare poi intere pagine serissime in cui l'attacco all'aspetto "ingabbiante", lo definirei quasi calcificante -ingessante, come afferma la scrittrice stessa- della cultura giapponese è molto appassionato e concreto, e nulla possiede di macchiettistico. In particolar modo mi riferisco alle pagine in cui la scrittrice sferra un forte attacco all'educazione delle donne giapponesi. In quelle critiche, in quegli attacchi, c'è invece tutt'altro che la denigrazione di una società: io ci ho visto tutta l'amarezza della critica più difficile, quella nei confronti di un paese che si ama (noi italiani dovremmo conoscerla bene). O forse del Giappone va solo contemplata la delicatezza delle maniche dei kimono inumidite da lacrime di dame, ammirata la bellezza dei sakura in fiore, esaltato l'onore dei samurai? Vogliamo continuare a sbavare sui tatami o immergerci seriamente nel confronto con una cultura altra?

More about La cacca La cacca - storia naturale dell'innominabile
Ahahah! E' bellissimo. Si tratta di un libro illustrato dal formato bislacco, con copertina cartonata ed illustrazioni simpaticissime, dedicato al principale prodotto di scarto solido animale.
C'è un po' di tutto: dal suo colore al perché alcuni animali se la mangiano, c'è la sua forma e consistenza in relazione alla quantità d'acqua contenuta, c'è anche un piccolo corollario di guinness dei primati (c'è persino un animaletto che non la fa! Si chiama effimera, poverina, vive un giorno solo, e in questo giorno deve pensare a trovare il partner, accoppiarsi e riprodursi, figurati se trova il tempo di produrre cacca).


Sono stata AFFATTO breve. Ad ogni modo, termino questo post, perché con i libri successivi ho iniziato un altro percorso di letture libresche a cui volevo interessarmi da tempo e a cui dedicherò uno spazio a parte.